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mercoledì 25 agosto 2010

Scrivere Kon rammarico


Ieri è morto un grande dell'animazione giapponese: Satoshi Kon.
Suo è stato uno dei primi manga seri della mia carriera di lettore di fumetti, La stirpe della sirena. Nonchè uno dei primi film seri della mia carriera di divoratore di film animati, Perfect Blue (in foto).

Qui, il mio pezzo a lui dedicato su Doppioschermo.

Che disdetta, però...

martedì 10 agosto 2010

Il tempo ingiallisce


Del tutto casualmente, ho appena scoperto che nel luglio del 1930 moriva Sir Arthur Ignatius Conan Doyle, inventore (assieme ad Edgar Allan Poe) della crime fiction, padre del giallo deduttivo e - soprattutto - creatore dell'investigatore più famoso del mondo: Sherlock Holmes.
Oltre al film con Robert Downey Jr dell'anno scorso e a varie iniziative editoriali (anche in ambito fumettistico), al noto personaggio è stato dedicato di recente un telefilm inglese di ottima fattura e dal semplice titolo Sherlock. Forse proprio in occasione di questo 70° anniversario, chissà.
La vera novità di questa serie è che i personaggi (nonchè le storie classiche provenienti dai romanzi) sono stati adattati ai giorni nostri, con tutte le attualizzazioni contestuali, etiche e morali del caso. Io ho visto solo il primo episodio, ma devo dire che l'operazione sembra interessante.
E considerando che fra le penne di questo show ci sono anche due fra i più importanti sceneggiatori dell'ultimo Doctor Who, immagino che la sua visione richieda una chance almeno da parte dei fan della longeva e fortunata serie fantasy.

E nel frattempo, il piccolo e antipatico bambino detective che omaggia nel suo nome proprio il defunto scrittore, ovvero Detective Conan (al quale dedicai tempo fa questo e quest'altro post), supera i suoi 15 anni di pubblicazione in patria e continua imperterrito a tenere compagnia anche al suo pubblico italiano, sebbene a ritmo ormai solo bimestrale - per distanziarsi adeguatamente dall'edizione originale -.
Chissà se per l'occasione, anche sulle sue pagine sarà stata concepita una saga che coinvolga Doyle. Indirettamente, certo, ma anche direttamente.
Con questi giapponesi non si può mai sapere.

lunedì 10 maggio 2010

Semiotica della Morte (o anche: sull'Azzardo del Crocifisso Pop)

Nonostante il mio ateismo indiscusso, credo che qualcosa delle mie radici cristiane abbia fortemente influenzato la creazione e l'eternazione dei miei miti personali, per lo più a livello iconografico.
Nel mio universo autoreferenziale, molti personaggi - seriali e non - sono per me sintetizzati simbolicamente da singole immagini che ne cosituiscono in qualche modo un logo funereo, una locandina drammatica. Azzardando un paragone rispettoso, l'equivalente di un crocifisso pop.

Il gioviale e ironico Spiderman del fumetto, nonostante le dozzine di vignette famose e replicate che lo hanno meglio rappresentato, è per me legato a singoli momenti grafici che lo immortalano nel culto di una persona morta. Lo zio Ben, certo. Ma, in primis, la sua prima e mai dimenticata ragazza Gwen Stacy (quanta potenza in quel tremendo
"SNAP", precursore della tragedia imminente?).

Stessa cosa per Daredevil, di solito ricordato nel suo abbraccio alla croce di pietra della tomba di Elektra. O in chiesa, con in braccio una Karen Page appena uccisa dalla sua nemesi di sempre.

Scene - anche queste - ricordate, citate, serigrafate all'infinito come vere e proprie opere d'arte.

Anche il mio amato e ricorrente Maison Ikkoku è in qualche modo legato a questo filo, dato che spesso le immagini che vengono utilizzate per richiamare la protagonista in poster e locandine sono legate al culto del defunto marito: l'abito nero a lutto, l'incenso, i ciliegi in fiore a malinconica cornice dei ricordi del suo primo amore.

Questo vale in realtà per molti altri contesti. Dallas assurto a mito (pur non avendolo mai visto) solo per una pratica resurrezione da doccia. Rat-man che rapisce definitivamente i lettori, negli esordi, quando l'amore della sua vita gli scivola dalle dita come liquame. Dylan Dog che vaga disperato alla ricerca di una donna che sa di amare ma che non ha mai visto - Morgana -, o che trascorre le ultime oniriche ore della sua morente ex ne Il Lungo Addio. O che rivive la morte del dolcissimo Johnny Freak, o della moglie - per poco - Lillie Connolly.

Tutto ciò sempre tralasciando i film, dove questo discorso non si potrebbe fare se non spoilerando molti di essi ed addentrandosi in analisi critiche già ampiamente elaborate.

La morte ha sempre dato dignità, serietà e spessore alle storie. Sia nella finzione come nella realtà. E credo che il punto sia proprio questo.
Nei prodotti di lunga serialità - categoria nella quale il Cristianesimo credo rientri magistralmente - mi sono scoperto affascinato da questa semiologia luttuosa, preferendola a quella più solare e patinata usata di solito a fini promozionali e commerciali.
Come succede per molti cristiani, anche io ho sviluppato - ogni volta in maniera diversa - un singolare culto legato ad una morte eccellente. Ed anche per i personaggi colpiti dalla perdita, le immagini di quelle morti sono delle ossessioni ricorrenti, un continuo monito per non dimenticare i propri doveri, le proprie responsabilità e finanche le proprie colpe.

Dove sta quindi la differenza sostanziale?
Che nè Spiderman nè Daredevil pensano di aver ucciso il figlio di Dio, e di doversi far perdonare qualcosa che non hanno commesso.
E direi che questo cambia completamente la prospettiva.

lunedì 7 dicembre 2009

Astroboy: il (mio) mito retroattivo


Non c'è una ragione precisa. Il marketing non c'entra molto, in questo caso.
All'inizio, avevo saputo della produzione di un film animato su Astroboy. Mesi dopo, per conto di DoppioSchermo, avevo scritto un articolo sul fenomeno Astroboy in occasione dell'anteprima del suo film alla Festa del Cinema di Roma.
Ma facendo un passo indietro, nel Gennaio di quest'anno avevo visto, durante il mio viaggio giapponese, un ghiottissimo manga ancora inedito (allora) da noi: PLUTO, del bravissimo Naoki Urasawa. E in copertina si leggevano i nomi di due autori celebri: lo stesso Naoki Urasawa e - colpo di scena! - niente di meno che Osamu Tezuka.
All'inizio mi era venuto in mente che potesse essere una sceneggiatura inedita, ma decisi di non indagare perchè non volevo rovinarmi la sorpresa della scoperta quando fosse uscita la versione italiana.
Nel frattempo avevo comprato - e solo sfogliato - il prezioso volume Tezuka secondo me, di Takao Yaguchi (il creatore del longevo ragazzo pescatore Sampei), dove il mito del dio dei manga veniva rispolverato attraverso una carrellata dei suoi personaggi. Compreso ovviamente il celeberrimo Astroboy.
Quando è poi finalmente arrivato qui in Italia PLUTO, ho scoperto che si trattava di una personale rielaborazione proprio del personaggio di Astroboy. Quando ho cominciato a leggerlo, quindi, avevo già in qualche modo una notevole apertura verso l'icona del bambino robot.

Ma, giunto al quarto volume (l'ultimo uscito finora) del manga di Urasawa, ho capito che qualcosa non tornava. Va bene: lui è un genio, e se ha partorito una genialità come MONSTER è difficile che possa sfornare qualcosa che sia bello anche solo un pò meno della metà. Ma il mio dubbio era: può un personaggio così "antico", così "solare", così "ingenuo" come il buon vecchio Astroboy essersi sedimentato in maniera così violenta e matura nella mente - seppur geniale - del giovane Urasawa, e portarlo poi - in età matura - a scrivere una storia così intensa e disperata?
Qualcosa non tornava. E così mi sono procurato quello che credevo essere il primo episodio della serie animata originale di Astroboy. L'ho guardato tutto, e mi è sembrato fin troppo drammatico e poco "infantile" considerando l'epoca a cui doveva risalire. Tuttavia, anche lì mi è venuto un dubbio: ciò che stavo vedendo era a colori, e l'animazione - per quanto potesse essere frutto di restauro - era comunque troppo fluida per gli anni che pensavo dovesse avere. Mi rendo conto solo alla fine che si tratta di una serie remake dei primi anni 80, comunque notevole.
Allora vado alla ricerca della fonte originale: la mitica, primissima, serie. Anni 60, bianco e nero. Doppiata in inglese (o in originale sottotitolata). E anche in questo caso, nemmeno il mulo ha potuto aiutarmi.
Ho dovuto rinunciare alla febbre del possesso, e mi sono accontentato della splendida opportunità della sola condivisione on-line. Grazie mille, Youtube.

E adesso, sperando di scuotere un pochino anche una sola anima sensibile, vi invito a guardare questo filmato. E' solo la prima parte della prima puntata. Ce n'è un'altra della stessa lunghezza, e poi un terzo video molto più breve.
Ma dovete farlo davvero. Quando avete un pò di tempo, calma e un pizzico di spirito nostalgico.
E se il clima prenatalizio non dovesse aiutarvi molto in questo, fate finta che siamo a Maggio.
E poi, in tutta sincerità, fatemi sapere che impressioni avete avuto.

Solo una cosa: cercate di farlo PRIMA che un film animato natalizio dal titolo stranamente familiare possa sporcare tutto questo.

PRIMA...




domenica 13 settembre 2009

Sopracciglia a confronto: DIABOLIK vs GOLGO 13



Non so se Cesare Lombroso, padre della criminologia moderna, avesse contemplato anche la forma delle sopracciglia nel delineare il profilo dei tipi fisici predisposti alla criminalità. Ma anche abbandonando qualunque suggestione fisiognomica, è impossibile non pensare che ci sia una connessione fortissima tra i due protagonisti a fumetti di cui parlerò in questo post, proprio a partire dal loro sguardo e dalla minacciosa forma delle loro rughe frontali.
Uno di essi è il nostrano e famosissimo Diabolik. L'altro personaggio lo si potrebbe in qualche modo considerare un suo fratellone giapponese, e sebbene da noi non abbiano mai pubblicato le sue avventure, la sua fama mondiale non è affatto trascurabile: sto parlando di GOLGO 13.
Per quanto riguarda la trama e la vita editoriale di questo longevo manga e delle sue trasposizioni televisive, rimando a questo e a questo post del buon Faust VIII. Qui mi limiterò a rilevare le differenze fra i due impassibili assassini.

Innanzitutto Golgo13 inizia la sua avventura editoriale nel 69, quando Diabolik già affollava le edicole italiane da sei anni.
A livello di stile e di trama bisogna dire che, nonostante le ingenuità stilistiche di entrambe le serie, Golgo 13 si rivela un'opera molto più matura e d'autore rispetto a Diabolik.
Il genere a cui si può ascrivere il suo fumetto è quello "yakuza" e, essendo il suo protagonista fortemente ispirato alla figura di 007, le sue tematiche sono infarcite di spionaggio, guerra fredda, esperimenti per il controllo del potere politico, creazione di superarmi belliche, giri di droga e prostituzione, eccetera.
A differenza di Diabolik, Golgo 13 non è un trasformista nè un ladro. E' un sicario prezzolato di primo livello sulla scena mondiale, ed è conosciuto dai governi e dall'intellingence di tutto il mondo. Inoltre, nonostante abbia dei rifornitori o dei professionisti di fiducia cui rivolgersi, Golgo agisce sempre da solo, senza quindi una partner fissa con cui venire perennemente a compromessi (come sempre più frequentemente accade al nostrano Re del Terrore, spesso costretto a prendere parte a crociate umanitarie o di principio solo per i capricci della sua bionda ed emotiva compagna).
Ancora: l'universo di Golgo 13 è costellato di riferimenti a paesi, date e personaggi reali. E nonostante il solito fumettistico paradosso dell'invecchiamento pressochè inesistente del protagonista, la definizione spaziale e temporale degli eventi conferisce alla narrazione una dimensione decisamente più realistica, coraggiosa e talvolta di denuncia politica e sociale molto forte. E permette tra l'altro una varietà tematica che il ristretto universo di Clerville, con le sue interminabili mostre, feste e corna raramente può permettersi di sfiorare.
Dal punto di vista narrativo, l'assenza di imbarazzanti spiegoni concentrati in affollati balloon di pensiero e didascalie rende quasi sempre le storie di Golgo 13 più criptiche e meno psicologicamente definite di quanto non accada in Diabolik, e questo è un bene sia per il fascino del taciturno protagonista -e dei suoi sempre interessanti clienti - che del taglio noir delle storie.
Anche i riferimenti adulti sono senza dubbio molto più "adulti" in Golgo 13, laddove gli omicidi e le scene di seduzione o sesso sono molto più esplicite e crude che in Diabolik. E sebbene nessuno dei due assassini sia solito uccidere senza motivo, e soprattutto persone innocenti, non si può non cogliere nella imperturbabilità di Duke Togo (vero nome di Golgo 13) una nota di crudezza maggiore che nel suo avo italiano.
Importante è anche il modo in cui è stato trattato il passato del protagonista nipponico rispetto a quello del nostro. Oltre al fatto che nelle storie di Golgo 13 il protagonista è spesso solo quasi una "comparsa" finale, che risolve professionalmente una lunga vicenda dove apparentemente lui non sembrava aver alcuna voce in capitolo fino a poche pagine dalla sua conclusione (cose che in Diabolik succedeva solo nelle primissime avventure), c'è anche da dire che l'autore è riuscito, nel corso di 40 anni, a rivelare ben poco di lui. In Italia invece, Diabolik sta vedendo da diversi anni una serie di episodi speciali (e non solo) che stanno sviscerando sempre di più il suo passato e le sue motivazioni - già esaustivamente frutto di rivelazione nel mitico albo Diabolik chi sei? del 1968 -, nonchè quelli dei suoi coprotagonisti. Operazione che, inutile persino dirlo, nonostante il fascino dell'agnizione momentanea, rischia però di ledere il fascino del protagonista e del suo universo, nonchè di passare irrimediabilmente di moda nel corso di qualche lustro.

Ci sarebbe ancora molto altro da dire, ma direi che per ora questo può bastare.
Mi preme aggiungere che i soli episodi da me letti finora sono quelli di una preziosa edizione spagnola dedicata a Golgo 13 ed intitolata Los mejores 13 episodios de Golgo 13, una raccolta antologica che unisce i 13 più bei racconti secondo l'opinione dei lettori. E' quindi facile pensare che il mio attuale entusiasmo per la scoperta di questo personaggio sia filtrata dalla selezione delle sue storie meglio riuscite, ma credo di poter valutare che la media del manga originale sia comunque molto prossima a quella delle pagine lette qui in Spagna.

Prima di concludere, volevo solo elencare alcune delle cose più fighe che ho visto (letto?) fare a questo nipponico killer dal biblico nome in codice:
- centrare in testa un dirottatore in un aereo a 2 KM di distanza dall'obiettivo (calcolando quindi vento, umidità, movimenti, e tutti i vari fattori che influiscono su un tragitto balistico così lungo);
- spezzare con un proiettile, dal loggione di un teatro, la corda di un violino in movimento durante un concerto (foto in basso, per avere un idea del contesto);
- sparare, all'età di TRE ANNI, alla madre malata terminale mentre il padre era andato a chiamare il dottore, e tra l'altro in piena fronte. E non è dato sapere al lettore se questo gesto fosse dettato dalla pietà per l'agonia della genitrice o dal sangue assassino che scorreva già nelle sue vene per colpa del suo DNA corrotto da avi spietati e pericolosi;

INFINE, ultimo ma non ultimo:

- fabbricare, fra la degenerazione fisica e la perdita di lucidità della galoppante malattia contratta, un miracoloso vaccino ad una pericolosa variante dell'ebola individuando da solo l'unica scimmia non infetta - e quindi con gli anticorpi - fra quelle che avevano diffuso il virus, prelevandone il sangue ed usando la ruota motrice della macchina, appositamente cappottata, come centrifuga di separatore ciclico per isolare il siero tramite un complesso ma spartano meccanismo improvvisato. Tutto questo, ovviamente, dopo fughe improbabili, omicidi di precisione ed innumerevoli altri stress.

Altro che Re del Terrore. Qui siamo dalle parti dell'inferno puro. Del resto, per ricordare nel suo nome il monte dove fu crocifisso Gesù (tralasciando la simbologia di quel nefasto numero), credo che l'autore avesse chiara la cifra della sua opera fin dall'inizio...



mercoledì 9 settembre 2009

Asse Tokio Roma Madrid,

o Dell'improbabilità degli accostamenti socioculturalgastronomici del nuovo millennio, si potrebbe azzardare.

La mia ultima comida rápida qui a Siviglia non è stata una nostalgica e patriottica pasta con olio/burro o riso in bianco; nè una sostanziosa ed economica tapa di carne sotto casa; nè una tazza di latte con cereali o biscotti, o due salvifiche fette di pancarrè con la nutella.
Carpendo la segnalazione del coinquilino nipponico, ho comprato un paio di pacchetti di un cibo che per tanti anni (da Maison Ikkoku in poi) hanno affollato il mio immaginario relativo al Sol Levante.

Ecco qui uno dei due. Quello rimasto.


L'altra busta era di una marca rigorosamente giapponese, ma l'ho cucinata e buttata ieri.
Prezzo cadauna: SESSANTA CENTESIMI.

E mentre mi gustavo e sudavo i miei bollenti ramen istantanei comprati dal cinese sotto casa, spiegavo alla mia nuova coinquilina austriaca, in inglese, cosa stessi mangiando (e perchè), mentre lei traduceva divertita al suo ragazzo in tedesco e lasciandosi scappare qualche entusiastico commento in spagnolo.

Dopo cena, ho terminato la lettura di un prezioso tomo in lingua spagnola con l'edizione nazionale di un famoso manga giapponese che in Italia non arriverà mai ma del quale molti esperti ed appassionati nostrani conoscono l'esistenza e rimangono in speranzosa e trepidante attesa (ne parlerò senza dubbio prossimamente, con un post comparativo sopraccigliare).

Giovedì sera il mio amico nipponico inviterà due sue connazionali per cucinare tempura e mangiarlo tutti insieme, e poi raggiungere i loro compagni di corso di spagnolo e tuffarsi nella scolastica lingua veicolare con alterni risultati.

Ah, dicevo, la mia cena veloce di ieri sera.
Ecco l'effetto finale.


La tazza blu sbeccata e la luce artificiale giallastra della cucina sul tavolo di legno renderebbero perfettamente l'idea della decadente quotidianità di uno studentello universitario squattrinato giapponese, no?
Beh, mancano le bacchette, quello si. Ma volendo, si potrebbero recuperare in un cuatro y cuatro ocho.

PS:
Volevo postare come immagine principale un montaggio con le bandiere dei tre paesi citati nel titolo, ma alla fine ho optato per omaggiare solo la quarta parola dello stesso. Una soluzione decisamente più semplice e pratica, che lì per lì mi era sembrata buona.
Solo che ora ho qualche ineffabile perplessità...

lunedì 23 marzo 2009

Ma quale "evolution"?



Per uno che non ha mai amato DRAGON BALL, il suo mito, i suoi disegni, la sua retorica da scontro quasi fine a sè stesso in scenari grotteschi (sebbene via via sempre più privi di connotazioni comiche), il suo culto della potenza infinita e dell'immortalità come unici mezzi di autorealizzazione, e -soprattutto- le inutili e fluviali polemiche da esso partorite che hanno contornato il fenomeno manga e anime nel nostro paese (anf-anf-anf) ,
guardare questo trailer (o i precedenti in lingua originale) e constatare fino a che punto potrà essere imbarazzante il film hollywoodiano ad esso ispirato non può che provocarmi un catartico sorrisetto beffardo.

Lo so, con Goku & Co. sono particolarmente cattivo.
Ma il mio non è moralismo: è semplicemente lo sfogo critico di un detrattore di DB che, però, ama comunque anime e manga.
E poi so che se non ci fosse stato Dragon Ball in tv (e se il relativo manga non continuasse a vendere così tanto ogni volta che viene ristampato) non ci sarebbe stato nemmeno lo stesso coraggio nello sdoganare tante nipponiche serie ben più interessanti.
E: si, lo ammetto, molte cattiverie analoghe potrebbero essere rivolte anche a KEN IL GUERRIERO.
Ma che ci posso fare: Ken a me piace. E cercherei in tutti i modi, all'occorrenza, di dimostrarne credibilmente la raison d'être...

giovedì 12 febbraio 2009

Il dolce - e un pò fatato - regno di Astria (Giappone file 6)


In Giappone, ci sono distributori automatici di qualunque cosa: quotidiani, libri, medicinali, uova e -ovviamente- vari tipi di snack e di bevande.
Per queste ultime, quasi sempre in lattina o in bottigliette, è prevista una sezione "calda" ed una "fredda".
Durante la mia permanenza nipponica, tutti i giorni io prendevo dalla macchinetta, per colazione, un tipico caffellatte nipponico della Georgia (il nome della famosa ditta che lo produce) o una cioccolata al latte della stessa ipercapillarmente presente azienda.
Ebbene: mi sono reso conto che molte bevande e cibarie che da noi sono proverbialmente zuccherate, nel Sol Levante sono assolutamente prive di qualunque sfumatura dolciastra.
All'inizio, questo mi ha un pò spiazzato. Cercavo di ripetermi che forse era la cosa più giusta, per un popolo, quella di abituarsi a cibi non zuccherati, nemmeno con dolcificanti alternativi. Ma, inutile dirlo, qualche volta rimpiangevo l'arbitrio autolesionista italico che mi avrebbe permesso di zuccherare il caffellatte della macchinetta, o il gusto stucchevole di gomme e caramelle rinfrescanti ufficialmente sugarfree ma poi decisamente candite.
In Giappone, lo sugarfree non esiste. C'è lo sugarless. Che è tutta un'altra cosa.

Ad ogni modo, una delle eccezioni più lampanti in questo amaro regime, è il gelato.
Il gelato giapponese è grasso, pannoso, granuloso e- soprattutto- dolcissimo. L'ho provato poche volte, a dire il vero, ma questa percezione mi è rimasta impressa come una curiosa anomalia.

La cosa più interessante, però, è la veste inspiegabilmente epica che a questo squisito dessert ho visto indossare oltreoceno.
Una volta, nella tradizionale cittadina di Kamakura, mi sono imbattuto in una gelateria che voleva richiamare, nella sua insegna, l'esotismo e la freschezza gustosa dei sapori italiani (vedi foto di apertura).
Curioso come pochi, ho dato una scorsa veloce alla mia regione per individuare qualche città conosciuta. E il mio stupore è stato immenso nel leggere la parte cerchiata della foto qui sotto:


Ora, per quanto la definizione dei caratteri di quell'insegna fosse volutamente evanescente, a me parve -e pare tuttora- di aver individuato la capitale della mia regione natia nella mitica e altisonante roccaforte di ASTRIA.
Immensa fu la mia gioia nello scoprire che ll banale ed ordinario scenario dove avevo coltivato la mia passione per le sognanti e magiche atmosfere dei fumetti e dei cartoni giapponesi, si fosse anch'esso rivelato per il fantastico mondo fantasy-presumibilmente-medievale che forse meritava di essere.
Sinceramente, per quelle che erano le mie suggestioni adolescenziali, credo che avrei preferito un più futuristico "Neo-Bary-3", o il più vagamente cyberpunk "Bary-Tech-Salem".
Ma direi che anche spadoni, cavalli e stregoni non sfigurerebbero, nel Tavoliere Incantato.

giovedì 5 febbraio 2009

No competence, No performance



A due giorni dalla partenza, posso essere abbastanza sicuro su cosa mi è mancato di più della mia lontana terra natia in questi quasi 30 giorni.
Non si tratta dei miei fumetti abituali, che so attendermi pazienti e impilati sul comodino. Nè delle mie serie preferite, che sono beffardamente ricominciate proprio questo mese.
Quella che mi è mancata di più è una cosa che probabilmente mi mancherebbe anche se andassi in qualunque altro paese straniero, persino fra quelli culturalmente più vicini.
Si tratta, semplicemente, della mia lingua.

E non mi riferisco tanto alla difficoltà o meno di farmi capire (o di capire gli altri) nella vita quotidiana. Parlo delle sfumature, dei giochi, dei vezzi, degli sperimentalismi, dei divertissement, degli stumenti comici o dialettici della propria lingua, che si imparano a conoscere, apprezzare, inventare -addirittura studiare- con gli anni, in un processo di assimilazione auspicabilmente irreversibile.
La sola idea di non potermi godere, altrove, l'equivalente di un Bergonzoni, o di Lillo e Greg, o del mitico Rat-man, oppure i virtuosismi narrativi o satirici di autori eclettici -anche non italiani- e di non avere la competenza adatta a rielaborare ed incamerare le cose migliori (e questo, verosimilmente, se non per il resto della vita, perlomeno per una porzione non trascurabile) mi farebbe morire.
Certo, dovunque andassi, probabilmente riuscirei a vedere (e senza sottotitoli, a capire solo per metà) il sempre meno criptico Lost. Ma quello, si dice, finirà l'anno prossimo.
Sempre che ci si possa fidare dei tempi di gente che ora temporeggia coi viaggi nel tempo, quando un tempo la sola idea (dei viaggi nel tempo) poteva apparire attempata.

Ecco. Era esattamente di questo che volevo parlare.



venerdì 30 gennaio 2009

CroceVia (Giappone file 5)


In queste settimane mi è capitato di notare che la croce è un simbolo ricorrente anche qui nel Sol Levante.
Certamente la connotazione di questa presenza non ha nulla a che fare col Cristinanesimo, sebbene anche gli oggetti sacri qui presenti in qualche modo non siano del tutto estranei a simboli cruciformi (vedi foto).
Però è curioso notare come molti momenti della vita quotidiana qui contemplino l'icona in questione:
1) Al ristorante, per chiedere il conto si segnala al cameriere la fine del pranzo incrociando le dita.
In realtà, questa è una cosa che ho solo letto sulla guida Lonely Planet. Ma siccome non mangio al ristorante, qui, non l'ho ancora vista di persona.
2) In qualunque negozio si vada, se i commessi non hanno quello che cerchi si scusano sentitamente e incrociano le braccia all'altezza dei polsi.
3) In generale, per le segnalazioni visivamente più forti ed immediate, è molto comune mimare la croce con le braccia per dire "vietato", o "non si può".
4) In tutti gli esercizi dove bisogna riempire gli spazi vuoti con le particelle, laddove non servirebbe nulla -e quindi andrebbe lasciato lo spazio bianco- in Giappone (e negli esercizi di giapponese in tutto il mondo) bisogna inserire una croce. Se non lo si fa, viene considerato un omissione e quindi un errore.

E sicuramente c'è dell'altro, che adesso non ricordo -o non so ancora-.

Ma la cosa interessante è il motivo per cui la mia attenzione si è -parzialmente- concentrata su questa curiosa ricorrenza. E sarebbe la seguente:
da quello che ho notato fin da subito, statisticamente parlando, il 90% delle ragazze nipponiche ha le gambe storte.
In alcuni casi, la percezione di questa caratteristica è relativamente lieve. In altri, sembra proprio di vedere camminare delle croci col busto.
E l'effetto che queste gambe convergenti creano deambulando perennemente con stivali altissimi è anche vagamente curioso, quando non ipnotico.
La vera domanda a questo punto è: ma l'icona è stata riabilitata DOPO lo sviluppo di questa peculiarità fisica femminile, o è tutto solo frutto dell'ironico influsso di divinità
incrociate?

PS
Nuovo mio post sulla Fortezza. Che in parte integra questa esperienza nipponica...

martedì 20 gennaio 2009

Senso pratico (Giappone file 3)

Sintetizzato, peraltro, da due foto.

La prima, scattata allo zoo di Ueno.

Che poi, giusto per infierire, nel cassonetto "combustible" ci ho sempre visto quasi solo carta.

La seconda, scattata a Kyoto.


Che già di per sè questo servizio ha un nome inquietante. Ma poi quel cognome lì, così "italiano" (come direbbe il buon Stanis LaRochelle), arricchisce il quadro di una nota ancor più grottesca.

mercoledì 14 gennaio 2009

Relativismo riLevante (Giappone file 2)


Alcune differenze riLevanti (per l'appunto) riLevate finora.

1) I Giapponesi non si soffiano mai il naso -o almeno non in pubblico- e non si puliscono mai col tovagliolo mentre mangiano. E’ tuttavia loro abitudine e tradizione succhiare rumorosamente il cibo e soprattutto le pietanze brodose (che occupano una percentuale notevole della loro cucina), nonché ruttare con nonchalance a tavola.
Ora: a parte quest’ultima, che potrebbe curiosamente essere solo una caratteristica precipua della mia famiglia ospitante e dei loro amici (che hanno ruttato tranquillamente in un ristorante, ma senza alcuna nota di benchè minimo compiacimento goliardico), le altre cose sono state riscontrate in più contesti diversi di Tokyo e dintorni.
2) I Giapponesi sono gentilissimi nel darti indicazioni quando gliele chiedi, e se sanno dov’è il luogo che stai cercando sono capaci anche di fare un bel pezzo di strada per mostrartelo meglio. Ma se devono semplicemente interpretare un LORO indirizzo, si affaccia la triste verità che essi stessi non hanno la minima idea di come fare.
3) I Giapponesi sono contentissimi se una persona visibilmente caucasica gli chiede indicazioni in giapponese. Così contenti che talvolta, per mostrare empatia o gratidudine, gli rispondono in inglese (anche se il caucasico in questione continuasse imperterrito a parlare in giapponese), smorzando così qualunque iniziale significato ed entusiasmo di quella stessa empatia.
4) I Giapponesi non prendono MAI i volantini e gli oggetti omaggio distribuiti gratuitamente per strada a fini promozionali. Non per mancanza di rispetto verso i poveri volantinatori (che il rispetto in Giappone abbonda), ma perché semplicemente non ci sono praticamente quasi mai cassonetti dell’immondizia o anche semplici cestini della spazzatura.
5) In alcuni ristoranti c’è un distributore automatico (ovviamente corredato di foto e prezzi) dove scegliere la pietanza e pagarla in cambio di un talloncino da portare poi al banco per ritirarla calda calda. In tal modo, oltre a non essere mai in contatto coi soldi, i ristoratori non sono stressati da domande sui cibi e sui prezzi. Senza rinunciare al contatto umano, per di più.
6) I Giapponesi prendono impronte digitali e foto all’aroporto prima che tu possa riprendere il tuo bagaglio, e dopo te lo fanno aprire e ti fanno i raggi X al panettone (no, non "al gusto" di panettone).
7) In Giappone ho visto solo due barboni finora. Il che vuol dire che per lo più tutti sono sicuramente felici ed economicamente sussistenti. E non ho visto immigrati malconci: solo businessmen e distinte signore. Questo vuol dire che in Giappone non esistono Paesi stranieri dai quali la gente scappa disperata da una dittatura o da una guerra in cambio di qualunque alternativa possibile.
8) [o 4 REPRISE] I Giapponesi apprezzano molto chi parla la loro lingua, perché si dimostra uno straniero rispettoso e rispettabile. Questo vuol dire, oltre a ciò che si è detto al punto 7), che in Giappone non esistono immigrati che non gliene frega niente del giapponese e che mica sono lì per studio o per trasferimento aziendale bensì per sfuggire a qualche guerra o dittatura.

Yokatta ne!
(traduzione: Meno male, neh!)

sabato 10 gennaio 2009

Elogio del sottovuoto (Giappone file 1)


Ometterò, in questa sede, il taglio da diario di viaggio con soli aneddoti, foto e curiosità. Ci saranno un po’ tutte queste cose, certo, ma decisamente prenderò come al solito spunto da qualcosa per poi costruire qualche consueto delirio.
E prima che qualcuno se lo chieda: la foto l'ho scattata io stesso in uno dei tanti negozi otaku di Akihabara.
Si, so che nessuno se lo era chiesto.

La cosa che mi ha più colpito in questi primi due giorni in Giappone, oltre al fatto che –ad una veloce statistica visiva- circa 1/10 della popolazione indossa la mascherina bianca antismog (anche mentre lavora)- è decisamente il diverso approccio verso la soppressata umana da mezzo pubblico.
Agli snodi principali di treni e metro, i giapponesi diventano un flusso ordinato, compatto ed impetuoso. Lo schiacciamento disumano acquisisce una dignità quasi letteraria.
A Roma, a qualunque ora e su qualunque linea, c’è sempre una dozzina di persone che si lamenta, che “guardi dove metti i piedi”, che “cosa spingi, cretina?”, che “prima bisogna far scendere gli altri, ignorante!”, che “scusi si può fare più avanti così ci stiamo tutti grazie”, che “dieci anni fa la situazione non era così brutta, ora non c’è più controllo”, ecceterissima.
A Tokyo, nulla di lontanamente simile. La sardinizzazione c’è anche qui, e forse anche maggiore. Però ti guardi attorno e ti accorgi che nessuno emette un gemito, che non volano santi e madonne, che non si percepiscono smorfie o espressioni di timido disappunto, che non parte nessuna benchè minima discussione. Ma soprattutto, che nessuno incolpa nessuno.
Lo schiacciamento non viene percepito a livello conscio. E’ una sorta di entità che forgia ordinatamente la popolazione itinerante, silenziosa ed umile come fosse anch’essa in coda nella calca.
Ed è lì che cambia la prospettiva. E quando addirittura il ragazzino vestito da Naruto o la ragazzina infreddolita con la divisa alla marinaretta ti chiedono scusa perché, per effetto del flusso umano che sfocia ad ogni fermata –e che è del tutto fuori dal controllo della natura-, si trova ad urtare accidentalmente il tuo braccio (o a compiere qualunque azione sintetizzabile come “colpo”) invece di fare spallucce o ignorarti del tutto si scusa quasi sentitamente, beh, cominci ad avere un po’ paura.
La pressione maldestra e violenta da ogni lato, che fino a qualche secondo prima ti aveva quasi fatto gemere, viene ricordata solo come un’educata ottimizzazione degli spazi. Talmente educata da farti sentire quasi in colpa per la tua romanità acquisita.
Se continua così, probabilmente non reggerò a lungo. Mi troveranno in un angolo di Shinjuku, sporco e dimagrito, magari ubriaco e folle, a ripetere ossessivamente "Mavvammorìammazzatolimortaaaaaaaccitua!!!!”

Bene, e adesso scrivo un altro rigo senza un fine comunicativo preciso. Giusto perché mi pareva brutto terminare il post con “mavvammorìammazzatolimortaaaaaaaccitua”.

mercoledì 24 dicembre 2008

Il Natale è uno stato mentale


E quest'anno, lo stato di quello stato non è mai stato così frustrato (si, mi piace giocare con la lingua anche col pandoro nelle arterie).
Diciamo solo che il mio equivalente personale della messa natalizia di mezzanotte, in questo periodo, può essere sintetizzato dagli intensissimi tre minuti del video che posto più giù.
Credo non si possa negargli una dimensione spirituale e suggestiva intensissima.
E per chi ha visto ed amato la metafisicità del film di riferimento, non è affatto fuori luogo ammettere anche l'aggettivo "spirituale".
Vedere per credere:



Bene,
anche se in modo del tutto particolare, era un modo come un altro per augurare a tutti
BUON NATALE!

venerdì 5 dicembre 2008

Pescatore, grandi orecchie a sventola... Ma la scuola?


La mia attrazione per SANPEI (da noi reso con una più comoda sostituzione n/m) è molto successiva alla visione, per lo più frammentaria -quasi sbocconcellata- del suo lungo cartone animato.
Ho cominciato in realtà ad incuriosirmi alle avventure del ragazzo pescatore dopo averne letto un dossier su una rivista specializzata -la defunta Lodoss Magazine- che parlava del manga originale come di una delle opere più longeve, semplici e quasi zen del panorama nipponico.
Da allora, più che recuperare il cartone, ho sempre atteso la pubblicazione in versione italiana del fumetto.
In realtà nel 2004 hanno visto la luce alcuni volumi, ma si è trattato di storie nuove e non di quelle classiche degli anni 70.
Il suo autore, discepolo di Osamu Tezuka, ha riversato nei suoi disegni e nelle sue storie alcuni tratti del manga classico, miscelando con maestria i tratti essenziali (e talvolta caricaturali) dei personaggi a storie semplici con connotazioni ecologiste e buoniste di sorta.
Ma quello che mi ha fatto innamorare decisamente del personaggio, è stata proprio una riflessione dell'autore, Takao Yaguchi, contenuta in uno di quei quattro nuovi volumi speciali editi da noi nel 2004.

Yaguchi parte dalla riflessione che spesso i protagonisti dei manga sono ragazzi poco brillanti a scuola, dall'indole ribelle e un pò fuori dagli schemi ma dotati di capacità fisische o poteri notevoli. In un certo senso, dei falliti, degli antieroi che creano una forte empatia con i lettori.
Ma riflettendo sulla propria creazione, egli non nasconde di non aver aderito a questa tendenza.
"La ragione è semplice:", dice, "la vita di un personaggio simile è lontana anni luce da quella che ho condotto. Nella mia esperienza scolastica ho imboccato da subito i binari dello studente modello [...] Ecco perchè dico che non posso immaginare cosa provi chi soffre di scarsa applicazione o rigetto dello studio. Non potrei quindi far finta di niente e intestardirmi a disegnare situazioni di cui non so nulla".
E parlando più specificamente di Sanpei e delle domande più frequenti che i lettori gli hanno fatto, rivela:
"La più frequente è senz'altro quella in cui mi si chiede se il nostro eroe conduca una vita da studente o meno. La mia risposta in proposito è sempre la stessa e cioè si, ovviamente. Tuttavia in questo manga, visto che l'argomento principale è indiscutibilmente la pesca, la vita scolastica di Sanpei è stata tralasciata quasi del tutto. Di solito le vicende si dipanano e si concludono nell'arco di una giornata, quindi basta considerarla come una domenica, un altro giorno di festa oppure un lasso di tempo compreso nelle vacanze estive.".
E, anche se difficile da credere, quest'ultima risposta, così diretta ed ingenua, data da un professionista -in passato probabilmente secchione ai limiti dell'antipatia- ha illuminato il quadro complessivo della sua opera di una luce nuova, ed ha avuto il coraggio di affrontare un grosso tabù-tormentone dei genitori più apprensivi (ovvero quello della diseducatività dei cartoni dove i ragazzi sembrano non avere mai compiti da fare) con la leggerezza sicura di chi questo problema non se l'è mai posto veramente. Ma per pura cognizione di causa.
Lo so, qualcuno penserà che mi esalto (o mi stupisco) con poco.
Ma è di questi piccoli guizzi che gioisce l'appassionato.
Non è così?

lunedì 1 settembre 2008

YouMaison


Tempo fa ho dedicato un post alla mia serie animata preferita, MAISON IKKOKU. Solo recentemente ho scoperto, curiosando su Youtube, che l'intera serie è disponibile, in lingua italiana, su quel fantastico sito. Poichè la lunghezza massima dei filmati deve essere di circa 10 minuti, ogni singolo episodio è spezzato in due parti (ma è comunque presente in versione integrale). E ho verificato la presenza anche del lungometraggio animato -il cosiddetto "Capitolo finale"-, sempre il lingua italiana, nonchè degli OAV e dei film action-live (però in lingua originale con sottotitoli in inglese: non male, considerando che non hanno mai avuto un'edizione italiana).
So che questa rivelazione forse non interesserà nessuno dei frequentatori di questo blog (a parte Tuiti), ma mi sembrava doveroso dedicarvi un post.
La seconda segnalazione, sempre in tema, è quella di due delle sequenze più belle e indicative della serie (per lo più della sua parte più matura).

Di questo primo filmato (la seconda parte della puntata 93) consiglio la visione dei primi 8 minuti e mezzo:


Di questo secondo filmato (la seconda parte della puntata 94) invece consiglio la visione dal minuto 6:30 in poi.


Sempre se qualcuno avrà voglia e pazienza...
Potrebbe essere una piacevole sorpresa, o comunque almeno una prima tacca positiva nella propria personale valutazione -magari tendenzialmente scoraggiante- dei cartoni giapponesi.


venerdì 29 agosto 2008

Tokyo-Venezia-Spazio-Ultima frontiera



Fra i vari film, in concorso e non, che popoleranno il lido nella 65a mostra del cinema di Venezia (molti dei quali, come al solito, non vedrò mai nè al cinema nè in tv) quello che attendo con più ansia è sicuramente il nuovo lavoro di Mamoru Oshii.
Il geniale regista di alcuni fra più belli, cerebrali ed inquietanti lungometraggi animati giapponesi sarà presente con la sua ultima fatica, THE SKY CRAWLERS. Purtroppo non sono riuscito ancora a trovare un trailer che non fosse in giapponese -o che fosse almeno sottotitolato-, per cui in fondo ho incollato uno dei trailer ufficiali in lingua originale.
La storia, da quel poco che ho capito, è ambientata in un futuro dove le guerre non avvengono più materialmente ma vengono "esorcizzate" attraverso spietati reality. E in uno di questi -il più crudo- alcuni ragazzini si devono affrontare in combattimenti aerei, con la certezza di venire abbattuti.
Oshii non è nuovo a tematiche dure, metafisiche, impregnate di suggestioni fantascientifiche cupe e pessimistiche. E il plot trattato, per quanto possa sembrare una variante su un tema già molto sviscerato (la violenza istituzionalizzata per tenere a bada l'istinto autodistruttivo dell'umanità), sono sicuro che assumerà nelle fila di cotal regista una trama originale ed indimenticabile come nei suoi capolavori precedenti (in primis, i due GHOST IN THE SHELL).
Ma la similitudine più suggestiva che mi è balzata alla mente è quella con una puntata di Star Trek -serie classica- intitolata "Una guerra incredibile". In essa ci sono due pianeti che combattono una guerra "pulita", poichè hanno programmato dei computer affinchè sorteggino dei cittadini che -di volta in volta- si devono presentare per essere disintegrati come vittime di guerra in appositi ed igienicissimi macchinari/disintegratori. E questo in modo sempre del tutto istituzionalizzato. Anche se in quel caso il motore di tutto era per lo più la paura della violenza e del logoramento che una guerra vera -con le sue variabili imprevedibili e caotiche- avrebbe comportato nella loro ordinatissima ed efficientissima società.
Questo giusto per sottolineare quanto la fantascienza (più e meno classica) sia un serbatoio davvero "pauroso" di spunti e riflessioni sui pericoli delle più torbide derive sociali e politiche profilabili -talvolta neanche troppo allegoricamente- all'orizzonte.

lunedì 7 luglio 2008

Sintetico (?) elogio pacato di Maison Ikkoku


Ebbene si, è giunta l’ora di dedicare un post al mio anime preferito. E come preannuncia il titolo, mi sono pure trattenuto. E per lunghezza, e per entusiasmo.
Qui da noi MAISON IKKOKU non ha avuto molta fortuna in tv: passato per lo più sulle reti locali, non credo sia mai stato trasmesso su una rete nazionale –anche se ricordo un fugace tentativo, poi subito abortito, da parte della fu TMC-.
La storia è quella di uno studente universitario squattrinato che vive in una pensione un po’ scadente, con degli inquilini più che molesti ma anche una giovane amministratrice vedova molto bella.
Per ciò che concerne la trama, i personaggi e tutte le curiosità possibili (col corredo di analisi e sviolinate introspettive più che giustificate) linko il sito più completo ed interessante sulla serie. Qui mi limito solo a sottolineare la dignità assolutamente cinematografica della stessa, che ha letteralmente fatto scaturire la mia passione per l’animazione giapponese prima e per la cultura giapponese tout court poi. Oltre a porre le basi per il mio amore verso le virtù della serialità.

I personaggi di Maison Ikkoku si evolvono - e il tempo scorre - DAVVERO (la storia copre circa 8 anni). Le situazioni e i riferimenti alla realtà giapponese e alle relazioni interpersonali in generale, seppure infarcite di elementi tipici della commedia romantica e dell’equivoco, sono di lodevole realismo. A livello stilistico, le continue inquadrature su alcuni particolari - persino i più banali oggetti fisici della realtà di tutti i giorni - o i tempi che i personaggi si prendono nel parlare, rispondere, riflettere o compiere azioni semplici e quotidiane, se da un lato rendono la narrazione lenta o poco cartonesca, dall’altro restituiscono il sapore di una normalità nonchè di una gradualità del corso naturale degli eventi che raramente in una serie animata si era colto prima.
Inoltre i momenti chiave che decretano la fine di questo lungo anime (96 episodi in tutto) non sono tutti concentrati nell’ultimo episodio finale, come quasi sempre accade in questi casi.
L’amore tra i due protagonisti non si corona solo con una catartica dichiarazione finale: la rivelazione dei sentimenti reciproci, già più che espliciti – e noti - ben prima dell’ultimo episodio, non è il solo traguardo finale. Alla dichiarazione vera e propria, diciamo “formale”, seguono anche altri sviluppi più pratici e maturi, che richiedono intere singole puntate dell’arco finale: ottenere la “benedizione” dal geloso padre di lei; risolvere l’annosa questione della stabilità lavorativa - e quindi economica - di lui; concretizzare in modo serio e adulto la rottura - ed ogni chiarimento - con la quasi ex di lui; andare nel paesino natio di lui per far conoscere lei alla famiglia; formalizzare il fidanzamento ed esorcizzare una volta per tutte (con un discorso di una lucidità impressionante) lo spauracchio della competizione con l'adorato ed idealizzato defunto marito. E, nell’ultimo episodio, solo e interamente il rito matrimoniale e la sua preparazione. Senza colpi di scena o complicazioni di sorta.
Soprattutto, la profondità di molti dialoghi ha poco a che fare con la comune cifra dei cartoni giapponesi. Di certo è pur sempre una serie per adolescenti - e diverse situazioni ruotano attorno ad equivoci e meccanismi comici anche semplici - ma se ancora oggi la adoro in questo modo è proprio per il COME piuttosto che per il COSA, come quasi sempre accade. Sentire la protagonista femminile - Kyoko - chiedere al protagonista maschile – Godai - come condizione per poter ufficialmente mettersi (e vivere) assieme, che lui viva più a lungo di lei (“mi basterebbe un solo giorno”) affinché lei non possa rimanere più di nuovo sola e soffrire come la prima volta, sono frustate di adrenalina in un’età in cui nei pigri pomeriggi post-studio si alternano le Tartarughe Ninja a Lotti.

Nella versione originale i dialoghi sono ancora più seri e ricchi di riflessioni profonde rispetto a quelli dell’adattamento italiano del cartone, e rispettano i registri linguistici più o meno formali che i personaggi e i protagonisti stessi adoperano fra loro (Kyoko e Godai si chiamano con titoli onorifici o per cognome e si danno del lei praticamente quasi fino alla fine).
D’altra parte, per fortuna gli episodi qui da noi non hanno subito tagli o censure eccessive, e sono state conservate anche quasi tutte le videosigle originali (qui in fondo, linko una delle mie preferite).
Non so quanti conoscano –o abbiano apprezzato- questa serie in Italia, ma non potevo non dedicarle il mio post più lungo ed appassionato (finora, almeno).
Spero di non tornarci troppo spesso in futuro, perchè tenderei sempre a farmi prendere la mano.
Una cosa è certa: se avessi uno strumento per misurare il gradimento di una serie animata, un'estremo sarebbe di sicuro Maison Ikkoku.
Per l'altro, ci devo ancora pensare.




giovedì 3 luglio 2008

Carta bianca ai detective




(Attenzione! Questo post è il sequel di Scatologia dell'indagine)

Non so perché mi piaccia così tanto Detective Conan.
Forse perché ho cominciato a comprarlo con la sua prima edizione italiana (della defunta Comic Art) molti anni prima che diventasse famoso grazie al longevo cartone. Forse perché mi affascina quel meccanismo da art attack del delitto, dove banali ma complicatissimi marchingegni omicidi scommettono tutto sul perfetto equilibrio di fili da pesca, nastri adesivi ed insospettabili incastri di azioni ed oggetti quotidiani. Forse per il patto narrativo più azzardato che un manga con pretese realistiche abbia mai proposto, anche ad un pubblico per lo più adolescenziale.
Ad ogni modo, un fattore che si è aggiunto in corso d’opera è senz’altro la sua già decantata disinibizione scatologica.
E giusto per concludere l’aneddoto principale descritto nel post precedente, ho finalmente letto la conclusione del caso del Signore delle Purghe.
L’assassino aveva cosparso di veleno nientepopodimeno che il rotolo vuoto di carta igienica del bagno aziendale, affinchè il malcapitato si contaminasse le mani cambiando quello vecchio con uno nuovo. Conan ha anche spiegato come il killer abbia agevolato la deiezione della vittima aggiungendo i biscotti al caffè a merenda: “Quando si mangia, l’intestino entra improvvisamente in movimento peristaltico per cui, immettendo qualcosa nello stomaco, è facile che venga lo stimolo!”.
Al che qualcuno dei presenti, che era andato in bagno prima della vittima, trasale: “Se non avessi fatto solo la pipì, ci avrei lasciato la pelle?!”, ghettizzando inequivocabilmente la cartaigienica ad uso e consumo di faccende esclusivamente solide. Ma viene subito tranquillizzato: qualora avesse fatto la popò, il criminale stesso aveva previsto di dare a chiunque non fosse la vittima designata una salvietta detergente salvavita. E come avrebbe fatto a capire se qualcuno di non designato si stesse abbandonando ad operazioni di maggior peso? Dal rumore dello sciacquone, opportunamente predisposto per due tipi di scarico a seconda delle esigenze (giapponesi risparmiatori...).
Insomma, non c’è che dire. O meglio, ciò che avevo da dire sull’argomento l’ho già espresso nell’altro post. Non dovrei aggiungere altro. Però. Però. Immaginiamo per un attimo.
Quanto sarebbe ancora più umano e realistico un tenente Colombo il quale, tornando a sfinimento dal sospetto numero uno -seguendo la sua strategia di logorante tentennamento simulato-, scoprisse che il suo uomo intanto si è precipitato in bagno approfittando di quegli unici 5 minuti di (sperata) pace?
E cosa darei per sentire la iettatrice Jessica Fletcher avere la sua solita intuizione –con l’arcinoto tema musicale in sottofondo- guardando grata e illuminata il suo "disturbato" interlocutore confidente ed esclamando: “La diarrea? Ma certo, come ho fatto a non pensarci! Grazie, lei è un genio!”.
La risposta in entrambi i casi è: tantissimo.