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mercoledì 9 settembre 2009

Asse Tokio Roma Madrid,

o Dell'improbabilità degli accostamenti socioculturalgastronomici del nuovo millennio, si potrebbe azzardare.

La mia ultima comida rápida qui a Siviglia non è stata una nostalgica e patriottica pasta con olio/burro o riso in bianco; nè una sostanziosa ed economica tapa di carne sotto casa; nè una tazza di latte con cereali o biscotti, o due salvifiche fette di pancarrè con la nutella.
Carpendo la segnalazione del coinquilino nipponico, ho comprato un paio di pacchetti di un cibo che per tanti anni (da Maison Ikkoku in poi) hanno affollato il mio immaginario relativo al Sol Levante.

Ecco qui uno dei due. Quello rimasto.


L'altra busta era di una marca rigorosamente giapponese, ma l'ho cucinata e buttata ieri.
Prezzo cadauna: SESSANTA CENTESIMI.

E mentre mi gustavo e sudavo i miei bollenti ramen istantanei comprati dal cinese sotto casa, spiegavo alla mia nuova coinquilina austriaca, in inglese, cosa stessi mangiando (e perchè), mentre lei traduceva divertita al suo ragazzo in tedesco e lasciandosi scappare qualche entusiastico commento in spagnolo.

Dopo cena, ho terminato la lettura di un prezioso tomo in lingua spagnola con l'edizione nazionale di un famoso manga giapponese che in Italia non arriverà mai ma del quale molti esperti ed appassionati nostrani conoscono l'esistenza e rimangono in speranzosa e trepidante attesa (ne parlerò senza dubbio prossimamente, con un post comparativo sopraccigliare).

Giovedì sera il mio amico nipponico inviterà due sue connazionali per cucinare tempura e mangiarlo tutti insieme, e poi raggiungere i loro compagni di corso di spagnolo e tuffarsi nella scolastica lingua veicolare con alterni risultati.

Ah, dicevo, la mia cena veloce di ieri sera.
Ecco l'effetto finale.


La tazza blu sbeccata e la luce artificiale giallastra della cucina sul tavolo di legno renderebbero perfettamente l'idea della decadente quotidianità di uno studentello universitario squattrinato giapponese, no?
Beh, mancano le bacchette, quello si. Ma volendo, si potrebbero recuperare in un cuatro y cuatro ocho.

PS:
Volevo postare come immagine principale un montaggio con le bandiere dei tre paesi citati nel titolo, ma alla fine ho optato per omaggiare solo la quarta parola dello stesso. Una soluzione decisamente più semplice e pratica, che lì per lì mi era sembrata buona.
Solo che ora ho qualche ineffabile perplessità...

lunedì 27 luglio 2009

Spagna resoconto 4: Speciale Cinema


Dopo aver guardato, come prefissato, Harry potter y el prìncipo mestizo doppiato in spagnolo - la cui comprensione è stata abbastanza soddisfacente anche per la mia pregressa conoscenza del romanzo originale - mi ero ripromesso di vedere pure qualcosa di spagnolo spagnolo, per capire quale fosse il mio grado di comprensione della lingua reale. Quella colloquiale ed in presa diretta, e non la versione pulita e ben scandita del seppure ispanico doppiaggio.
La nostra giovane profesora del corso di spagnolo ci aveva segnalato, in tal senso, una sit-com spagnola molto quotata e divertente: tale AIDA (foto a destra). Dopo aver cominciato a guardare il primo episodio sul provvidenziale Youtube, avevo desistito. Anche se la comprensione del senso generale e di buona parte dei dialoghi non era del tutto scoraggiante, per un amante delle sfumature e dei giochi di parole come me la visione era decisamente prematura.
Non contento, mi sono informato sulle proposte cinematografiche della città, soprattutto quelle sottotitolate. Mi sono letteralmente brillati gli occhi quando ho scoperto che un film argentino appena approdato in sala - e che dal trailer sembrava molto carino -, UN NOVIO PARA MI MUJER (foto a sinistra), in un cinema veniva proiettato con i sottotitoli. Anche se non era specificata la lingua, dando per scontato che potessero essere alla peggio in inglese, oggi pomeriggio mi sono fiondato a vederlo.
Pago il biglietto, entro nella Sala 2, mi siedo, mi godo alcuni trailer (uno in particolare, ma poi ne parliamo), e attendo lo spegnimento delle luci e l'inizio del film. Primi secondi senza dialoghi. Dopodichè iniziano a parlare. E niente sottotitoli. Penso, vabbè, magari partono fra un pò, ma nulla. Cerco coraggiosamente di simulare disinvoltura e di godermi lo spettacolo concentrando al massimo le mie capacità traduttive, ma proprio non riesco a non contorcermi sulla poltrona: la protagonista parla troppo velocemente, e anche se capisco il senso generale mi sembra - come al solito - di star buttando via la visione. Al che mi alzo di scatto ed esco dalla sala (cosa che non avevo mai fatto prima d'ora), vado dai bigliettai a chiedere spiegazioni e loro mi rispondono candidamente che non è bene fidarsi di un sito qualunque per informarsi sugli spettacoli, e che loro i film sottotitolati ce li hanno, ma solo quando non sono GIA' in spagnolo, ovviamente. Non che la cosa non mi fosse sembrata strana, ma insomma, quel sito aveva anche la funzione di acquisto on-line del biglietto: come potevo non fidarmi?
Al che gli chiedo con l'aria da cane bastonato se posso andare a vedere un altro film che fanno lì, giapponese e sottotitolato per davvero, e che tra l'altro già volevo vedere da almeno una decina di giorni. Loro acconsentono, e così mi faccio un giro di un paio d'ore in attesa dell'inizio dello spettacolo successivo.

Il film nipponico in questione si chiama OKURIBITO
(in spagnolo DESPEDIDAS), ed è tra l'altro il vincitore dell'ultimo Oscar come miglior film in lingua straniera. Si tratta di un film davvero carino e dalla trama molto semplice: un musicista perde il lavoro a causa dello scioglimento della sua orchestra, e trova un'occupazione in una ditta di pompe funebri; all'inizio, per vergogna, dice alla moglie di aver trovato un nuovo lavoro in un'agenzia che organizza "eventi", ma poi la verità viene a galla e inizia una riflessione abbastanza delicata sul tabù della morte e sulla opportunità sociale di averci a che fare tutti i giorni.
Nonostante alcune melensaggini e allegorie un pò troppo prevedibili - nonchè un uso della musica un tantino ridondante - questa pellicola si è rivelata una bella sorpresa, e spero che anche in Italia possa avere un qualche tipo di visibilità.
E la cosa bella - almeno per me - è che, oltre ai preziosi e semplici sottotitoli, ho colto anche diverse frasi dell'originale giapponese.

Nell'intervallo fra la prima visione abortita e la seconda andata in porto, mi sono recato al fresco condizionato dell'arcinota ed onnipresente catena El Corte Inglès. Qui ho cominciato a scartabellare una cesta di dvd in offerta (4,95 €) in cerca di un'ispirazione, o meglio di un film che potesse valer la pena comprare per godersi in versione doppiata in spagnolo e vagliare (sempre quello è il fine) il livello di comprensione attuale. Ma perchè l'acquisto potesse essere decisivo, mi ero posto come improbabile condizione che ci fossero anche audio e sottotitoli italiani. Già l'altra volta avevo dato un'occhiata ai dvd più e meno recenti, e mi ero reso conto che le uniche edizioni che avevano l'audio italiano erano i film di Bud Spencer e di Montalbano.
Questa volta però mi sono concesso solo una possibilità: o la va o la spacca. O questo, o niente. Il colpo d'occhio è stato improvviso e spiazzante, e non poteva esserci un secondo candidato.
Ho preso in mano la mia scelta e ho guardato sul retro. E lì, mi si è aperto un incredulo sorriso alla Jocker. Ma tu pensa un pò, què suerte!
Ed ecco qui il mio acquisto. Spero che Tuiti possa apprezzare:


Per concludere, come accennato prima in parentesi, posso dire di aver visto un trailer molto interessante. Anzi, direi tranquillamente spettacolare. L'ho visto entrambe le volte che sono andato al cinema, ed entrambe le volte mi è venuta la pelle d'oca.
Resta solo da capire se lo vedrò qui o al mio ritorno:



mercoledì 15 luglio 2009

Io sono QUI - con tutto il mio entusiasmo - (Spagna Resoconto 3)


Bene, passiamo ad alcune veritá che é il caso di esternare sulla Spagna. O comunque sul suo Sud. O per lo meno, su Siviglia. Io useró solo un generico “qui”: voi poi traete le conclusioni che credete, in base alle vostre interpretazioni più e meno estensive.

1) La gente qui NON è ubriaca tutto il giorno. E quando beve, non inizia a farlo il pomeriggio, come nei paesi del nord (l’Irlanda in primis). Finora ho visto ubriacarsi molti più stranieri che spagnoli, a dirla tutta.

2) A dispetto della nostra fama di tombeur de femmes, gli italiani sono assolutamente BOICOTTATI dalle donzelle autoctone. I luoghi comuni su di noi qui sono nefasti: siamo farfalloni, svogliati, gelosi, ubriaconi (??), inaffidabili. E sfido chi non ha pensato, fra voi maschietti, di poter avere più chance qui proprio perchè convinto che queste caratteristiche si confacessero più alla mascolinitá locale...

3) Strettamente legata al punto precedente, c’è un’altra triste constatazione: gli italiani qui non li puó vedere NESSUNO. O quasi. Credo per un’estensione onnicomprensiva e transessuale dei preconcetti precedenti. Lo si vede sia nei locali, sia al lavoro, sia per strada, e se ne ha conferma anche dai numerosi stranieri che vivono qui e meglio di altri percepiscono i pregiudizi nazionali verso turisti ed immigrati.

4) Non è vero che gli spagnoli sono in media piú GRASSI degli italiani. È vero che, soprattutto in locali e ristoranti, l’uso di salse e di olio in quantitá oceaniche è la prassi, ma è anche vero che gli spagnoli riescono in genere a mangiare bene e gestire la propria dieta. Ma soprattutto – e tenetevi forte – qui ritengono la cucina italiana assai ripetitiva (“siempre pasta, pasta, pasta, pizza, pasta...”), e quella spagnola al contrario piú varia e completa. Non so se anche “sana”. Su questo non hanno avuto il coraggio di esprimersi.

5) Non é neanche vero che qui lavorano MENO di noi, come ogni tanto si sente vociferare. Sia in azienda che negli esercizi, gli orari sono pressoché identici a quelli del sud italia. Certo, per quelli che ancora avallano la retorica secolare della svogliatezza ed inoperositá dei vari sud del mondo, questo mio paragone non avrá alcun altro effetto che la conferma delle proprie tesi.


Bene, direi che per questa volta puó anche bastare. ¿No?



domenica 5 luglio 2009

Quattro minuti - o del Paradosso dell'Anagramma (Spagna Resoconto 2)


Dicevo, quattro minuti. Anche meno, in realtà. Uno per ogni breve aneddoto di questo post, ciascuno dei quali a sua volta titolato.

1) COSE TURCHE
Qui a Siviglia, a ognuno dei ragazzi del nostro gruppo è stata assegnata una stanza in appartamenti misti, e ci siamo così trovati a conoscere altri studenti e lavoratori stranieri di tutte le nazionalità. Il problema è che, nonostante lo spagnolo dovesse essere la lingua veicolare, alcuni degli inquilini non ne spiccicano nemmeno una parola.
In particolare, in una di queste case ci sono tre ragazzi turchi che parlano a malapena un pochino inglese. E i loro nomi, per lo più indecifrabili alle nostre orecchie terrone, sono stati i primi elementi culturali ad essere approssimati. Con una dinamica immediata e geniale, opera di un Brillante Pragmatico (BP) del nostro gruppo.

Il dialogo (parafrasando...):
BP: "Tu como te iamas?"
A: "zb%&ç@"
BP: "Mmmmm..."
A: "It's a religious fiesta..."
BP: "Ah, occhei: PASQUALE. E tu invece, como te iamas?"
B: "M$%&m".
BP: "Mmmmm, Makm, Mukm... Emme, Emme... Vabbè: MIMMO. Ragazzi, loro da oggi per noi sono Pasquale e Mimmo".


2) NOTTI BIANCHE (come la ceramica)
E' divertente come un tema possa far da filo condutto ad una nottata.
Una delle prime sere, per rompere il proverbiale ghiaccio del neo-gruppone, si è affrontato il tema "serate goliardiche": ubriacature, vomitate e amnesie del giorno dopo. E uno dei racconti più ricchi di particolari divertenti è stato quello di un un altrettanto proverbiale addormentamento sulla tazza del water dopo varie tranche di rimettimenti. Quella stessa sera, siamo andati tutti in un arcinoto locale della città dove suonano il flamenco. E lì, persa tra i vapori dell'alcol e dalla magia della musica, una coppia di autoctoni trentenni si era imbarcata in estenuanti pomiciamenti al ralenty con occhi chiusi e movenze da teatro dell'assurdo. Lei, pobrecita, era davvero bruttina forte, ma aveva stampato un ebbro sorriso alla Jocker. Lui, con sguardo altrettanto vacuo e cieco, continuava a sbaciucchiarla lentamente sul collo e sulle guance, con le mani ancorate per i pollici ai suoi pantaloni.
Ad un certo punto, li vedo completamente immobili. Aguzzo lo sguardo e lo vedo: la guancia di lui spiaccicata da un lato su parte della bocca di lei. Entrambi con aria mistica ed estasiata, ma oramai irrimediabilmente fra le braccia di Morfeo.
E lì, ahimè, il pensiero è stato fulmineo:
"Ecco un altro che si è addormentato sul cesso".


3) IL PARADOSSO DELL'ANAGRAMMA
Ora: mi avevano già detto che Tiziano Ferro è famoso anche qui in Spagna. Certo, non è il più venduto qui, ma i suoi cd in spagnolo si trovano esposti fra le novità e fra le promozioni speciali.
Quello che però mi sono improvvisamente chiesto ha poco a che fare con i meccanismi del mercato musicale transnazionale. E' una questione ben più profonda e spiazzante.
Nell'ultimo album del Nostro (forse dovrei dire Vostro, o Loro, non saprei), c'è una canzone che si chiama "Indietro", e che in Italia sta tra l'altro levigando con una raspa il sistema nervoso di tutti con la sua ripetizione ossessiva per radio in questi giorni. E uno dei passaggi tormentone di questo """""brillante""""" testo recita:
Ti do questa notizia in conclusione. Notizia è l’anagramma del mio nome.
Ora, dicevo, la prima cosa che mi è venuta in mente è la seguente.
E' vero, notizia è l'anagramma del suo nome. In ITALIANO, però. Ma qui, quale castroneria avrà propinato alla gioventù locale? Quale altro sapiente gioco linguistico, figura retorica o trimetro giambico avrà tirato fuori dall'asso (osso, duro, posso, grosso) della sua manica?
Sarei tentato di comprare il cd solo per questo dilemma. E' una cosa che non mi fa dormire la notte.
Ah, no. Quelli mi sa che sono i 42 gradi.


4) (toc toc toc) PEDRO? (toc toc toc) PEDRO?
Qui in Spagna, si sa, doppiano tutto. E soprattutto, mantengono strenuamente quell'abitudine - che fino a qualche anno fa era anche italica - di cambiare titoli (ed intenzioni) ai prodotti televisivi d'importazione. Passeggiando per il piano dedicato ai dvd, è davvero quasi impossibile scorgere un titolo originale mantenuto nell'edizione spagnola.
Ed è per questo che mi sono stupito quando mi sono accorto che il traducibilissimo THE BIG BANG THEORY si chiama così anche qui. Tale e quale.
Motivo più che sufficiente perchè il secondo titolo di questo post meriti una formulazione alla Big Bang Theory, per l'appunto.
Chissà se riesco a beccarlo in tv...




mercoledì 1 luglio 2009

Quella sporca decina (Spagna Resoconto 1)


Sarebbe ipocrita negarlo per timore di apparire presuntuosi, nazionalisti o semplicemente irrispettosi, ma finora non ho mai avuto modo di sconfessare - direttamente o indirettamente - questa tesi:
nessun altra nazione ha gli stessi standard igienici casalinghi di noi italiani.
Già in Giappone avevo constatato l'abitudine, comunemente extraitaliana, di mangiare senza tovaglia e tovaglioli, nonchè l'interpretazione decisamente estensiva del concetto di "pulito" in generale. E questo giusto per tralasciare i piedi scalzi nei bagni pubblici e altre temerarietà batteriche.
A Malta sperimentai una delle esperienze più simili al campeggio mai vissute. Con la differenza che mi trovavo in un residence universitario, e che pranzavo in una mensa di fronte ad una piscina. I dettagli di quell'avventura li risparmio, perchè ci sarebbero anche aneddoti che prescindono dal tema prettamente igienico.
Qui in Spagna, ahimè, non ho incontrato una clamorosa inversione di tendenza. Gli appartamenti appioppatici sono risultati, con diverse gradazioni, "zozzi" (è il tecnicismo più adatto al contesto) e malmessi. E' vero che molte delle responsabilità le hanno i ragazzi stranieri che ci hanno preceduto o accolto, ma sicuramente l'Ente che ci ha ospitato non ha - come aveva messo per iscritto - pulito i nostri alloggi prima del nostro arrivo. Oppure, e temo che possa essere una scomoda verità, lo ha fatto moooolto male. Molte delle case in cui il mio gruppo di dieci persone è finito (la mia è fra queste) sono al limite della vivibilità: stendini consunti, porte che non si chiudono, stratificazioni polverose decennali, muri scrostati e scarafaggi che fanno capolino in bagno.
Come se non bastasse, solo pochi fortunati hanno il condizionatore. Tutti gli altri hanno avuto solo dei miseri ventilatori. E questo, nella città più calda ed afosa di tutta la Spagna.
Anche nei locali, il modo in cui il cibo viene servito non lascia sperare che dietro le quinte la cura per l'igiene sia stata massima. E dai discorsi dei pochi amici o conoscenti autoctoni, pare che comunque i ritmi delle pulizie e l'intensità delle stesse non sia proprio una priorità nazionale.
A questo punto, mi viene da pensare - veramente ho cominciato a pensarlo già molto tempo fa - che siamo noi italiani a sbagliare. Ad esagerare. Ad essere fobici. Rituali.
Forse è davvero più comodo avere l'acqua alta nel water, perchè in fin dei conti così non ci sono pericoli di violenti schizzi, e la ceramica ha maggiore probabilità di rimanere intonsa. Forse ha davvero poco senso sporcare ogni volta una tovaglia di stoffa che va poi lavata (e smacchiata) in lavatrice, quando con un colpo di spugna su una cerata rende il pasto già pronto e sicuro. Forse è davvero inutile avere in bidet in casa, in un'era in cui è più facile farsi la doccia invece che lavarsi a pezzi all'occorrenza. Forse è davvero sconveniente avere dei tovaglioli a portata di mano a pranzo: quasi un invito a mangiare in maniera sguaiata e a rimediare poi con una vigorosa strusciata al muso o alle dita. Forse sarebbe davvero salvifico utilizzare anche qui da noi un detersivo per i piatti che non abbia bisogno di risciacquo, con tutto il risparmio di tempo e fatica che comporterebbe. E soprattutto, forse avrebbe davvero senso che anche qui da noi le auto avessero il cambio automatico e non ci distraessero con dozzine di movimenti e fatiche inutili.

Forse. Ma forse no, claro.
A ragione, mi verrebbe da pensare, sconfessando un pò il senso di ciò che ho appena scritto.

Ovviamente, non tutti questi forse riguardano la Spagna. O almeno, non solo.

domenica 28 giugno 2009

Depende


Sarò breve, stavolta: sono in Spagna, ci starò tre mesi e in questo momento scrivo senza corrente con un centrino.
Appena potrò, resoconterò come potrò le mie esperienze socioculturali. Qui ho una wireless, ma se scriverò da casa o dal lavoro, dipende da fattori ancora ignoti ed imprevedibili.
Ad ogni modo, cercherò sempre di seguire i blog amici, commentare e rispondere ai commenti.

Hasta pronto!

giovedì 12 febbraio 2009

Il dolce - e un pò fatato - regno di Astria (Giappone file 6)


In Giappone, ci sono distributori automatici di qualunque cosa: quotidiani, libri, medicinali, uova e -ovviamente- vari tipi di snack e di bevande.
Per queste ultime, quasi sempre in lattina o in bottigliette, è prevista una sezione "calda" ed una "fredda".
Durante la mia permanenza nipponica, tutti i giorni io prendevo dalla macchinetta, per colazione, un tipico caffellatte nipponico della Georgia (il nome della famosa ditta che lo produce) o una cioccolata al latte della stessa ipercapillarmente presente azienda.
Ebbene: mi sono reso conto che molte bevande e cibarie che da noi sono proverbialmente zuccherate, nel Sol Levante sono assolutamente prive di qualunque sfumatura dolciastra.
All'inizio, questo mi ha un pò spiazzato. Cercavo di ripetermi che forse era la cosa più giusta, per un popolo, quella di abituarsi a cibi non zuccherati, nemmeno con dolcificanti alternativi. Ma, inutile dirlo, qualche volta rimpiangevo l'arbitrio autolesionista italico che mi avrebbe permesso di zuccherare il caffellatte della macchinetta, o il gusto stucchevole di gomme e caramelle rinfrescanti ufficialmente sugarfree ma poi decisamente candite.
In Giappone, lo sugarfree non esiste. C'è lo sugarless. Che è tutta un'altra cosa.

Ad ogni modo, una delle eccezioni più lampanti in questo amaro regime, è il gelato.
Il gelato giapponese è grasso, pannoso, granuloso e- soprattutto- dolcissimo. L'ho provato poche volte, a dire il vero, ma questa percezione mi è rimasta impressa come una curiosa anomalia.

La cosa più interessante, però, è la veste inspiegabilmente epica che a questo squisito dessert ho visto indossare oltreoceno.
Una volta, nella tradizionale cittadina di Kamakura, mi sono imbattuto in una gelateria che voleva richiamare, nella sua insegna, l'esotismo e la freschezza gustosa dei sapori italiani (vedi foto di apertura).
Curioso come pochi, ho dato una scorsa veloce alla mia regione per individuare qualche città conosciuta. E il mio stupore è stato immenso nel leggere la parte cerchiata della foto qui sotto:


Ora, per quanto la definizione dei caratteri di quell'insegna fosse volutamente evanescente, a me parve -e pare tuttora- di aver individuato la capitale della mia regione natia nella mitica e altisonante roccaforte di ASTRIA.
Immensa fu la mia gioia nello scoprire che ll banale ed ordinario scenario dove avevo coltivato la mia passione per le sognanti e magiche atmosfere dei fumetti e dei cartoni giapponesi, si fosse anch'esso rivelato per il fantastico mondo fantasy-presumibilmente-medievale che forse meritava di essere.
Sinceramente, per quelle che erano le mie suggestioni adolescenziali, credo che avrei preferito un più futuristico "Neo-Bary-3", o il più vagamente cyberpunk "Bary-Tech-Salem".
Ma direi che anche spadoni, cavalli e stregoni non sfigurerebbero, nel Tavoliere Incantato.

venerdì 30 gennaio 2009

CroceVia (Giappone file 5)


In queste settimane mi è capitato di notare che la croce è un simbolo ricorrente anche qui nel Sol Levante.
Certamente la connotazione di questa presenza non ha nulla a che fare col Cristinanesimo, sebbene anche gli oggetti sacri qui presenti in qualche modo non siano del tutto estranei a simboli cruciformi (vedi foto).
Però è curioso notare come molti momenti della vita quotidiana qui contemplino l'icona in questione:
1) Al ristorante, per chiedere il conto si segnala al cameriere la fine del pranzo incrociando le dita.
In realtà, questa è una cosa che ho solo letto sulla guida Lonely Planet. Ma siccome non mangio al ristorante, qui, non l'ho ancora vista di persona.
2) In qualunque negozio si vada, se i commessi non hanno quello che cerchi si scusano sentitamente e incrociano le braccia all'altezza dei polsi.
3) In generale, per le segnalazioni visivamente più forti ed immediate, è molto comune mimare la croce con le braccia per dire "vietato", o "non si può".
4) In tutti gli esercizi dove bisogna riempire gli spazi vuoti con le particelle, laddove non servirebbe nulla -e quindi andrebbe lasciato lo spazio bianco- in Giappone (e negli esercizi di giapponese in tutto il mondo) bisogna inserire una croce. Se non lo si fa, viene considerato un omissione e quindi un errore.

E sicuramente c'è dell'altro, che adesso non ricordo -o non so ancora-.

Ma la cosa interessante è il motivo per cui la mia attenzione si è -parzialmente- concentrata su questa curiosa ricorrenza. E sarebbe la seguente:
da quello che ho notato fin da subito, statisticamente parlando, il 90% delle ragazze nipponiche ha le gambe storte.
In alcuni casi, la percezione di questa caratteristica è relativamente lieve. In altri, sembra proprio di vedere camminare delle croci col busto.
E l'effetto che queste gambe convergenti creano deambulando perennemente con stivali altissimi è anche vagamente curioso, quando non ipnotico.
La vera domanda a questo punto è: ma l'icona è stata riabilitata DOPO lo sviluppo di questa peculiarità fisica femminile, o è tutto solo frutto dell'ironico influsso di divinità
incrociate?

PS
Nuovo mio post sulla Fortezza. Che in parte integra questa esperienza nipponica...

martedì 20 gennaio 2009

Senso pratico (Giappone file 3)

Sintetizzato, peraltro, da due foto.

La prima, scattata allo zoo di Ueno.

Che poi, giusto per infierire, nel cassonetto "combustible" ci ho sempre visto quasi solo carta.

La seconda, scattata a Kyoto.


Che già di per sè questo servizio ha un nome inquietante. Ma poi quel cognome lì, così "italiano" (come direbbe il buon Stanis LaRochelle), arricchisce il quadro di una nota ancor più grottesca.

mercoledì 14 gennaio 2009

Relativismo riLevante (Giappone file 2)


Alcune differenze riLevanti (per l'appunto) riLevate finora.

1) I Giapponesi non si soffiano mai il naso -o almeno non in pubblico- e non si puliscono mai col tovagliolo mentre mangiano. E’ tuttavia loro abitudine e tradizione succhiare rumorosamente il cibo e soprattutto le pietanze brodose (che occupano una percentuale notevole della loro cucina), nonché ruttare con nonchalance a tavola.
Ora: a parte quest’ultima, che potrebbe curiosamente essere solo una caratteristica precipua della mia famiglia ospitante e dei loro amici (che hanno ruttato tranquillamente in un ristorante, ma senza alcuna nota di benchè minimo compiacimento goliardico), le altre cose sono state riscontrate in più contesti diversi di Tokyo e dintorni.
2) I Giapponesi sono gentilissimi nel darti indicazioni quando gliele chiedi, e se sanno dov’è il luogo che stai cercando sono capaci anche di fare un bel pezzo di strada per mostrartelo meglio. Ma se devono semplicemente interpretare un LORO indirizzo, si affaccia la triste verità che essi stessi non hanno la minima idea di come fare.
3) I Giapponesi sono contentissimi se una persona visibilmente caucasica gli chiede indicazioni in giapponese. Così contenti che talvolta, per mostrare empatia o gratidudine, gli rispondono in inglese (anche se il caucasico in questione continuasse imperterrito a parlare in giapponese), smorzando così qualunque iniziale significato ed entusiasmo di quella stessa empatia.
4) I Giapponesi non prendono MAI i volantini e gli oggetti omaggio distribuiti gratuitamente per strada a fini promozionali. Non per mancanza di rispetto verso i poveri volantinatori (che il rispetto in Giappone abbonda), ma perché semplicemente non ci sono praticamente quasi mai cassonetti dell’immondizia o anche semplici cestini della spazzatura.
5) In alcuni ristoranti c’è un distributore automatico (ovviamente corredato di foto e prezzi) dove scegliere la pietanza e pagarla in cambio di un talloncino da portare poi al banco per ritirarla calda calda. In tal modo, oltre a non essere mai in contatto coi soldi, i ristoratori non sono stressati da domande sui cibi e sui prezzi. Senza rinunciare al contatto umano, per di più.
6) I Giapponesi prendono impronte digitali e foto all’aroporto prima che tu possa riprendere il tuo bagaglio, e dopo te lo fanno aprire e ti fanno i raggi X al panettone (no, non "al gusto" di panettone).
7) In Giappone ho visto solo due barboni finora. Il che vuol dire che per lo più tutti sono sicuramente felici ed economicamente sussistenti. E non ho visto immigrati malconci: solo businessmen e distinte signore. Questo vuol dire che in Giappone non esistono Paesi stranieri dai quali la gente scappa disperata da una dittatura o da una guerra in cambio di qualunque alternativa possibile.
8) [o 4 REPRISE] I Giapponesi apprezzano molto chi parla la loro lingua, perché si dimostra uno straniero rispettoso e rispettabile. Questo vuol dire, oltre a ciò che si è detto al punto 7), che in Giappone non esistono immigrati che non gliene frega niente del giapponese e che mica sono lì per studio o per trasferimento aziendale bensì per sfuggire a qualche guerra o dittatura.

Yokatta ne!
(traduzione: Meno male, neh!)

sabato 10 gennaio 2009

Elogio del sottovuoto (Giappone file 1)


Ometterò, in questa sede, il taglio da diario di viaggio con soli aneddoti, foto e curiosità. Ci saranno un po’ tutte queste cose, certo, ma decisamente prenderò come al solito spunto da qualcosa per poi costruire qualche consueto delirio.
E prima che qualcuno se lo chieda: la foto l'ho scattata io stesso in uno dei tanti negozi otaku di Akihabara.
Si, so che nessuno se lo era chiesto.

La cosa che mi ha più colpito in questi primi due giorni in Giappone, oltre al fatto che –ad una veloce statistica visiva- circa 1/10 della popolazione indossa la mascherina bianca antismog (anche mentre lavora)- è decisamente il diverso approccio verso la soppressata umana da mezzo pubblico.
Agli snodi principali di treni e metro, i giapponesi diventano un flusso ordinato, compatto ed impetuoso. Lo schiacciamento disumano acquisisce una dignità quasi letteraria.
A Roma, a qualunque ora e su qualunque linea, c’è sempre una dozzina di persone che si lamenta, che “guardi dove metti i piedi”, che “cosa spingi, cretina?”, che “prima bisogna far scendere gli altri, ignorante!”, che “scusi si può fare più avanti così ci stiamo tutti grazie”, che “dieci anni fa la situazione non era così brutta, ora non c’è più controllo”, ecceterissima.
A Tokyo, nulla di lontanamente simile. La sardinizzazione c’è anche qui, e forse anche maggiore. Però ti guardi attorno e ti accorgi che nessuno emette un gemito, che non volano santi e madonne, che non si percepiscono smorfie o espressioni di timido disappunto, che non parte nessuna benchè minima discussione. Ma soprattutto, che nessuno incolpa nessuno.
Lo schiacciamento non viene percepito a livello conscio. E’ una sorta di entità che forgia ordinatamente la popolazione itinerante, silenziosa ed umile come fosse anch’essa in coda nella calca.
Ed è lì che cambia la prospettiva. E quando addirittura il ragazzino vestito da Naruto o la ragazzina infreddolita con la divisa alla marinaretta ti chiedono scusa perché, per effetto del flusso umano che sfocia ad ogni fermata –e che è del tutto fuori dal controllo della natura-, si trova ad urtare accidentalmente il tuo braccio (o a compiere qualunque azione sintetizzabile come “colpo”) invece di fare spallucce o ignorarti del tutto si scusa quasi sentitamente, beh, cominci ad avere un po’ paura.
La pressione maldestra e violenta da ogni lato, che fino a qualche secondo prima ti aveva quasi fatto gemere, viene ricordata solo come un’educata ottimizzazione degli spazi. Talmente educata da farti sentire quasi in colpa per la tua romanità acquisita.
Se continua così, probabilmente non reggerò a lungo. Mi troveranno in un angolo di Shinjuku, sporco e dimagrito, magari ubriaco e folle, a ripetere ossessivamente "Mavvammorìammazzatolimortaaaaaaaccitua!!!!”

Bene, e adesso scrivo un altro rigo senza un fine comunicativo preciso. Giusto perché mi pareva brutto terminare il post con “mavvammorìammazzatolimortaaaaaaaccitua”.