giovedì 13 gennaio 2011

E' un po' come vivere nel dopoguerra senza aver vissuto la guerra.


Mi spiego?

Tutto quello che hai fatto, le cose che hai studiato, quello a cui eri abituato, ciò che speravi di fare o di diventare, è come se non avessero più senso.
Avevi immaginato un percorso che ti avrebbe garantito uno stile di vita che fosse almeno (almeno) pari a quello della tua famiglia. Hai quasi ripudiato la tua terra di origine perchè gretta, chiusa e senza prospettive, preferendole lidi più esotici e metropolitani dove formarti e - magari - un domani lavorare. Hai imparato a pensare che il naturale iter scolastico oramai dovesse sfociare nell'Università, perchè lo studio è la cosa più importante ed è ciò che rende davvero liberi.

Poi ti rendi conto che il mondo è capovolto. Che la gente paga per lavorare. Che gli aiuti statali vanno alle scuole private e non a quelle pubbliche. Che la cultura è diventata il germe dell'inoccupazione. Che la satira sulla crisi è solo un sabotaggio comunista. Che devi epurare il curriculum e parafrasare i tuoi titoli, perchè la diffidenza verso i laureati cresce sempre di più.

Bisogna improvvisare. Resettare tutto ciò che si è avuto o imparato e reinventarsi qualcos'altro con nuovi mezzi di (e molta) fortuna. Buttare mestieri e lauree precedenti nel pitale. Rinunciare all'idea di poter coprire gli anni difficili con contributi che non puoi versare. Imparare ad amare uno Stato che ti ha offerto servizi scadenti e un'educazione impervia e che poi, quando gli dici che forse te ne devi andare, non ti guarda neanche negli occhi e sussurra "fa come vuoi" continuando a lavare i piatti. Come con un figlio adottivo che non è stato mai amato davvero.

E tutto questo, con la beffarda consapevolezza che la tua generazione sarà stata più povera sia di quella precedente che di quella che le seguirà.
Ecco
tutto.

Continueremo ad affittare appartamentini in periferia (forse stanze), inviare CV e tentare concorsi che pubblicano i risultati degli scritti due ore dopo la fine della prova.
Chissà, prima o poi.
Prima o Poi, però. O l'uno o l'altro.

E come dice Servillo, "nel migliore dei casi fai una vita tranquilla".
Ma nel migliore.

8 commenti:

Giustina ha detto...

La parte più difficile del lavoro è trovarne uno vero. Non so se occorra rabbia o filosofia per duellare con quest'Italia. Nel dubbio, tieni pronte entrambe.

chit ha detto...

E' un periodo storico in cui il culo gioca una parte fondamentale. Come dice quel proverbio... o ce l'hai o te lo fanno!?!

Giangidoe ha detto...

@ Giuppy:
Il problema è che stanno finendo entrambe.

@ Chit:
Mi accontenterei anche che me lo facessero al lavoro, credimi.

dimmicosavedi ha detto...

La cosa più triste in assoluto è che di questa "vita tranquilla" non cogliamo che le mostruosità: l'eterna dualità del vivere alla giornata pur volendo programmare, del non poter decidere per noi stessi neanche le cose che ai nostri genitori sembra così scontato chiedereci ( ma poi, il contratto t lo rinnovano?)

Giorgio Salati ha detto...

"Che devi epurare il curriculum e parafrasare i tuoi titoli, perchè la diffidenza verso i laureati cresce sempre di più."

Cosa?! Non ci posso credere, è una battuta?!

Giangidoe ha detto...

Beh, è una provocazione, ma non così lontana dalla verità, credimi. C'è veramente un clima di crescente ostilità verso i laureati. Soprattutto quelli umanistici (ricordi la Gelmini cos'ha detto)?

Lilith ha detto...

Per non parlare di chi ha continuato a collaborare con l'università... ti potrei raccontare delle cose e te le racconterò di certo, ma non qui.
Il post è molto bello e troppo vero, però io sono una di quelle persone che hanno culo e finché ce l'ho sto zitta e non chiedo altro.
(Culo, oggi, vuol comunque dire pagare l'affitto mensile di una stanza e non avere la possibilità di farsi un fottuto mutuo o di immaginare un futuro.)

Giangidoe ha detto...

Ah, questo futuro...
Ma quanto dura?