
E soprattutto, chi avrebbe pensato che le proiezioni stampa fossero tutte nel mio amato
Greenwich?
Le sorprese sono come i rotoloni regina.


In attesa del famigerato film di Dylan Dog, ecco il mio articolo sull'indagatore dell'incubo per Doppioschermo.



Diciamolo subito: Inception può essere considerato, ad ora, il capolavoro di Christopher Nolan, nonché il film di fantascienza più importante degli ultimi anni.
Le ispirazioni dichiarate del regista sono facilmente individuabili: Matrix, Il tredicesimo piano, Dark City in primis. Tutte pellicole incentrate sul tema della dualismo realtà/simulazione, della perdita di coscienza e della confusione identitaria. In realtà si potrebbero scomodare anche l’ottimo Strange Days, il poco riuscito ma tematicamente molto affine The Cell o persino il romantico Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry (che ha nella sua filmografia anche un titolo indicativo come L’arte del sogno). Tuttavia, non si commetta l’errore di considerare Inception una riattualizzazione fuori tempo massimo del filone realtà simulata, tanto in voga fra la fine dei Novanta e i primi dei Duemila. Siamo infatti di fronte ad un reale spostamento in avanti della frontiera fantascientifica al cinema, azzardo che il sopravvalutato Avatar aveva tentato su base tecnologica e che invece Nolan ha vinto sul piano di scrittura e regia.
Il suo ultimo film, oltre ad essere tecnicamente eccellente (con effetti speciali e trovate visive spettacolari), è anche un perfetto meccanismo ad incastro, un gioco di dilatazioni temporali e variazioni spaziali per livelli che intriga, coinvolge e convince. La riflessione sui confini percettivi del reale si arricchisce di tutte le sfumature fornite dall’elemento onirico, il quale si rivela tanto più potente ed incontrollabile quanto più i protagonisti sono sicuri di esserne padroni al punto di poterlo indurre e di guidare a proprio piacimento. Il finale poi, con quella sua ambiguità sapientemente voluta, insinua un dubbio così atroce nel pubblico che renderebbe angosciante qualsivoglia morale – sebbene riteniamo che gli elementi forniti dal film stesso, e soprattutto proprio dalla sequenza finale, sciolgano la sospensione in favore di una soluzione ben precisa -. Interessante poi la presenza di un oggetto “totem” come ancoraggio alla realtà originaria in una situazione in cui lo sdoppiamento – anche solo proiettato – della propria persona può mettere a rischio l’identità dell’individuo. La trottolina in ferro di Cobb richiama così la moneta di Harvey Dent/Due Facce in The Dark Knight, icona del dualismo per eccellenza, e allo stesso modo assurge a logo sineddotico della propria pellicola di appartenenza con una potenza simbolica disarmante.
Gli attori sono tutti molto bravi, in particolar modo Leonardo DiCaprio ed Ellen Page (l’amata Juno dell’omonimo film), ma fa anche piacere ritrovare il monumentale Michael Caine, vero e proprio attore feticcio di Nolan. Buone anche le musiche di mestiere di Hans Zimmer, che ben si accompagnano alla grandiosità del film.
In definitiva, Inception è quello che si sogna un buon regista possa fare quando ha a disposizione budget enormi. E magari fosse successo un po’ più spesso.



“Mi sa solo l’uno e il due. Forse anche il tre, non ricordo... Il primo era figo, però.”
E’ questa la risposta ricorrente che si ottiene in questi giorni quando si chiede a qualcuno se conosce i film di Saw L’enigmista. Del resto è una domanda d’obbligo, dato che è in sala già da qualche tempo Saw VI e bisogna pure in qualche modo reclutare complici per una orrorifica incursione in sala...
Non che sia una risposta snervante, intendiamoci. Il primo, del 2004, in effetti è stato davvero molto apprezzato, e al di là della carica di sadismo e violenza che ha portato nel panorama dell’horror da blockbuster (precedendo di un anno il ben più estremo Hostel), tutti coloro che l’avevano visto erano rimasti spiazzati soprattutto dal fantastico ed imprevedibile finale. E con quel primo capitolo è iniziata in realtà una vera e propria saga. Qualcosa che si potrebbe etichettare più come un sofisticato telefilm che come un insieme di fortunati sequel. L’idea della produzione è stata infatti di partorire un Saw all’anno, e così è avvenuto. Tant’è che l’attuale sesto film giunge algebricamente puntuale nella nostra primavera 2010.
Difficile stabilire dove stia la forza del personaggio di John Kramer e dei film a lui dedicati. Forse nei suoi dispositivi diabolici, sempre nuovi e avvincenti. Forse nel vocione alterato che promana dalle dozzine di registratori vocali consegnati alle sue vittime. Forse nelle sue maschere grottesche con le guance a spirale. Forse nella sua retorica bacchettona e fintamente riscattista, sciorinata con una cura grammaticale e lessicale quasi chirurgica. O – cosa ancora più probabile – nel fatto che, prima con un piede nella fossa e dopo definitivamente defunto, Jigsaw continua ad essere il protagonista indiscusso di ogni capitolo, ora intervenendo in cupi filmati registrati, ora modificando storia e dinamiche con densi flashback di retrocontinuity. Ovviamente il pubblico apprezzerà con sfumature diverse un po’ tutti questi elementi, ma alla base di tutto c’è un salvifico minimo comune multiplo: il totale disimpegno intellettuale del fenomeno. Se vogliamo, l’onestà dell’operazione, che non aspira a rimpiazzare le iconografie di antecedenti storici come Nightmare o Halloween, ma che si pone più che altro proprio come una sofisticata serie tv a cadenza annuale.
In realtà, più di qualcuno, il rischio intellettuale dei Saw l’ha paventato. Che è forse poi lo stesso degli Hostel. Ovvero: il culto e l’attesa della violenza estrema solo a fini meramente sadici, strumentali, quasi “documentaristici”. Uno splatter non più legato alla combinazione di elementi esterni – mostri, fantasmi, natura, animali -, bensì a freddi ed asettici congegni di morte dal sapore retrò, dove la tensione è dettata più dalla spinta oltre i limiti intuibili dello stress fisico piuttosto che da sviluppi di intrecci narrativi reali.
Ma qui casca l’acido. E’ forse per aggirare questo agguato che la serie di Saw ha puntato molto su una struttura così riconoscibile nei suoi episodi. Soprattutto per ciò che concerne il finale. La maniera forse più spettacolare e marcata per fuggire dal suo stesso, scomodo, dispositivo mortale: cambiare continuamente le carte in tavola. Utilizzare spiegoni conclusivi che rimettano in gioco tutto, con richiami dettagliati a tutti i film precedenti, e che lascino nello spettatore quello spaesamento cool che li spinga alla ri-visione mirata o generale. Proporre finali che chiudano delle porte ed aprano delle trappole. Mantenere viva l’attenzione scavalcando urla, pianti e strumenti di tortura. E questo, lungi da ogni enigmistica complessità, è probabilmente il semplice segreto di questa saga, ancora sospesa fra mainstream e underground. Fra thriller e gore. Tra il mito e l’auto-parodia.
“Amare o odiare Saw. Fate la vostra scelta".




