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martedì 29 novembre 2011

Torino mon amour


Lo ammetto: la mole di film da vedere è enorme, ma non c'era migliore cornice per tornare a bazzicare in via Po.

E soprattutto, chi avrebbe pensato che le proiezioni stampa fossero tutte nel mio amato
Greenwich?

martedì 9 agosto 2011

Chi ha scritto Roger Rabbit?

Le sorprese sono come i rotoloni regina.
Pensavo che la massima epifania mediatica fosse stata, anni fa, la scoperta del romanzo originale di Forrest Gump. Una lettura deludente, alla luce di un film così bello. Ma già solo il fatto di scoprire che esistesse un libro da cui avessero poi tratto e trasfigurato una storia così bella, fu quasi commovente.

Adesso questa sensazione si è ripresentata, e il mio stupore è stato ancora maggiore.
Grazie ad una cara amica cinefila e gustosamente nerd, solo nel mio trentesimo anno di vita vengo a sapere che esiste il romanzo originale di Chi ha incastrato Roger Rabbit?
L'autore è un certo Gary Wolf, che nel 1981 scrisse il fatidico libro dal titolo Who Censored Roger Rabbit?
Poi, dieci anni dopo, partorì un seguito, tecnicamente slegato dal primo e (pare) più coerente con la storia narrata nel film. Il titolo di questo sequel è Who P-P-P-Plugged Roger Rabbit?

Purtroppo, cercando sia sul web che in alcune librerie britanniche, ho appurato che questi libri sono fuori catalogo da molto tempo. Segno che probabilmente non sono propriamente dei capolavori... Tuttavia sono riuscito a recuperare dei link utili per la fruizione "virtuale".
Il primo romanzo si trova qui. E' solo sfogliabile, ma per chi volesse solo leggerlo è l'unica alternativa che ho trovato.
Per il secondo, sto ancora cercando. Ho trovato solo un audiolibro, ma conto di riuscire a recuperare una versione leggibile anche di questo.

Intanto, mi crogiolo nel piacere di questo recupero. Tenendo basse tutte le aspettative del caso.
Non vorrei finire anch'io disciolto nella salamoia della delusione.


venerdì 29 luglio 2011

martedì 7 giugno 2011

Senti un pò, Michael Bay...

...oltre al fatto che hai truffato milioni di persone con quel primo trailer fighissimo, che la gente in sala subito aveva pensato: "Wow, che figata questo film sull'allunaggio!",
dicci un po':

non è che hai copiato quell'idea ad un autore con la U maiuscola?
Tipo,
che so...

Naoki Urasawa?

lunedì 23 maggio 2011

L'albero della vita è la Palma. D'oro,


Alla fine è successo. Come molti pronosticavano, questo Festival di Cannes è stato vinto da The tree of life di Terrence Malick.
Io l'avevo visto già la settimana scorsa, prima ancora di sapere che fosse il favorito della kermesse.
Cosa ne penso?
Ecco qua.
Sono curioso di sapere la vostra.

sabato 26 marzo 2011

Tom & Jerry's revenge


Forse a molti sembrerà una cosa di poco conto, ma è davvero impossibile non notarla.
In ben tre film appena usciti in sala, c'è una coppia di personaggi che si chiamano (almeno foneticamente) Tom & Jerry.
Uno è Another Year di Mike Leigh.
Un altro è Il cigno nero di Darren Aronofsky.
E il terzo è La vita facile di Lucio Pellegrini.

E chissà che ciò non si sia verificato in altri film o telefilm recentissimi.

Io di solito non credo alle coincidenze ma in questo caso, beh...
farò un'eccezione.

mercoledì 9 marzo 2011

L'incubo è passato. Dalla carta allo schermo.

In attesa del famigerato film di Dylan Dog, ecco il mio articolo sull'indagatore dell'incubo per Doppioschermo.
L'immagine da Urlo usata sia qui che sul sito è di Angelo Stano. Per quelle poche anime dylaniate che non dovessero già saperlo.

mercoledì 23 febbraio 2011

La parola giusta


Ho sempre ravvisato un imperdonabile vizio logico nella definizione di "cinema di intrattenimento". Il cinema, in quanto mezzo di espressione e di arte, è già di per sè intrattenimento. La qualità e la tipologia di questo, semmai, dipendono poi dalla fattura del film, dal discorso autoriale portato avanti da regista e sceneggiatore nonchè da innumerevoli altri fattori, interni ed esterni all'opera.
Detto questo, il vero cinefilo dovrebbe sempre variare. L'amore per un mezzo espressivo non può funzionare per compartimenti stagni. Se è lo strumento cinema a piacere ed affascinare, allora nessun suo prodotto finale potrebbe meritarsi un pregiudizio. Tutto andrebbe prima conosciuto, visto, studiato e poi - eventualmente - giudicato. Ma l'amore, si sa, è tutto fuorchè razionale. E i pregiudizi, in quanto condanna e salvezza del nostro tempo, sono sempre lì a guidarci, scremando la rosa di scelte e facendoci accumulare un'infinità di esperienze simili tra loro.

Detto questo, ieri mi sono concesso una visione spensierata. Cosa che faccio spesso e volentieri. Ho deciso di sfruttare la mia Card Cinema 3 per andare a vedere Femmine contro Maschi. Avevo già visto Immaturi, un mese fa, e non mi era dispiaciuto. Ho pensato così che mi servisse qualcosa di "leggero" per farmi qualche sana risata, ed ho scelto un film italiano che mi sembrava simile e il cui trailer prometteva bene (i miei amati Ficarra e Picone, il mio amato Emilio Solfrizzi, la brava Littizzetto, il bravo Bisio, eccetera).
Il film è carino. Ho riso in più di un'occasione. Sarei dovuto uscire dal cinema contento. O per lo meno soddisfatto dallo spettacolo, per di più gratuito. Ma qualcosa, a quanto pare, è rabbiosamente scattato. Uno stato d'animo che non sono sicuro di riuscire a descrivere.

Credo che la parola giusta sia sconfortato.

Sconfortato dalla solita solfa degli ultratrentenni bamboccioni che non vorrebbero mai impegnarsi seriamente in amore o nel lavoro. Sconfortato dall'onnipresenza di gnocca e tette varie (meglio se rifatte e in primo piano) in qualunque scena da gioco degli equivoci, che dovrebbe ipocritamente creare un effetto comico sul tradimento quando in realtà non fa altro che vendere un'immagine perennemente strumentale della donna. Sconfortato dal vedere di continuo difesa l'ossessione per il calcio, elemento bonario di distrazione sessuale e - insieme - di feticismo tutto maschile, alla fine reso sempre innocuo o tollerato come deviazione inevitabile di genere. Sconfortato dalla presenza delle stesse, inossidate facce, eternate già da vive in maschere inevitabili, atte all'esportazione del divertimento televisivo sul telo sconfinato della sala. Sconfortato dalle favolette scialbe dei rimatrimoni, dai dialoghi e dalle mode prevedibili di ragazzini romanzati, da tutte le rappresentazioni offensive snocciolate da questo neorealismo contraffatto da discount. Sconfortato dalla retorica esaltazione della romanità, alta o bassa che sia, solo per puro caso assente in questo film ma fin troppo ricorrente in produzioni cinematografiche e televisive affini. Sconfortato dal fatto che, per obiettività critica, io non abbia mai dei veri motivi per scagliarmi contro tale o talaltra commedia leggera, che riassuma in sè con varie intensità i punti sopra descritti.
E, soprattutto, sconfortato dall'idea che le mie risate sparse e la mia volontà di cercare e ritrovare un porto franco in queste visioni alla fine giustifichino tutto ciò, cancellando qualunque rigurgito analitico e dando alla mia coscienza delle grossolane pacche sulla spalla.

Basta così, allora. Linea piatta anche per me. Come la morte eccellente che si verifica in Femmine contro maschi. Qualunque cosa voglia dire questo delirante sfogo.
E già che ci siamo, sono sconfortato anche da quel maledetto biiiiiiiiiiiiiip che accompagna immancabilmente qualunque morte da ospedale sullo schermo. Nella vita vera, quando qualcuno muore in ospedale lo fa molto lentamente. E non c'è nessun cazzo di biiiiiiiiiiiiip.
Altro che lettere d'amore e figurine di Schillaci.

venerdì 18 febbraio 2011

Magari non lo direste,

ma uno dei film che attendo con maggiore entusiasmo per il 2011 è

questo.

domenica 9 gennaio 2011

American epiphany


Quando andai a vedere American Beauty, nel 1999, non sapevo assolutamente nulla. Ero poco appassionato di film d'"autore". Mi era stato sempre insegnato che andare al cinema poteva valere la pena soltanto per le americanate con centinaia di effetti speciali. Erano solo 2 o 3 anni che mi ero concesso di andarci per cose più dozzinali come cartoni animati, commedie, horror o addirittura film indipendenti. Ero poco informato su ciò che usciva in sala, non collegavo quasi mai i titoli ai registi - a parte con Spielberg - e mi ritenevo vagamente anche un detrattore del mezzo cinematografico.
Ma soprattutto, quando andai a vedere American Beauty non sapevo assolutamente nulla di American Beauty.
Non sapevo che attori ci fossero, di cosa parlasse, chi fosse il regista. E dalla locandina e dal titolo, temevo fosse "solo" una commedia, e già stavo rimpiangendo la spesa del biglietto.

Quando uscii dalla sala, qualcosa in me era cambiato.
Non che non avessi visto - e rivisto - dei film più belli, nella mia vita. Ma non era mai successo di aver provato una tale soddisfazione inaspettata per essere andato al cinema a scatola chiusa. Tanto è frustrante un'esperienza pagata che delude quanto è sovraccaricata un'epifania raggiunta con impiego di tempo e denaro.
E fu quel giorno, senza dubbio, che io diventai un cinefilo. Anche se ancora non potevo saperlo.

Eppure, se non vi fossi stato trascinato, quel giorno, io al cinema non sarei mai andato a vedere un film dal titolo American Beauty.

Perchè questa premessa?
Beh.
Mi piace pensare che da qualche parte, in questo paese, in un contesto mediatico di 10 anni più vecchio eppure infinitamente più giovane, ci siano dei piccoli Giangidoe che avranno aggirato lo stesso scoglio guardando - forse loro malgrado - American Life.
Magari, se non trascinati al cinema, incollati svogliatamente alla poltrona da qualcuno per vederlo in streaming o scaricato.
Sovraccarico epifanico a parte.

martedì 26 ottobre 2010

Nessuno. Può chiamarmi. Fifone.


Compie 25 anni, il primo film della trilogia fantascientifica più amata di sempre.
Delle felicissime nozze d'argento col cinema e l'universo pop.
Io, come migliaia di altri fan nostalgici, domani sera andrò in una delle sale convenzionate a vedere la sua fugace ricomparsa sul grande schermo, nella versione rimasterizzata in Digitale 2K e audio 5.1.

E il giorno dopo, alla Festa del Cinema della Capitale, mi godrò dal vivo LEI.


Un Ritorno al Futuro per davvero. Quel futuro che ci piaceva tanto da piccoli.
Non quello che si affaccia ORA

lunedì 18 ottobre 2010

Ti ricordi di me, Eddie?

Voi probabilmente lo ricordate così,

e vi sembrava inquietante.

Beh.

Come la penserete scoprendo che in realtà era

così?

martedì 28 settembre 2010

Recenception


Ecco cosa penso del nuovo film di Nolan. Buona lettura.


Diciamolo subito: Inception può essere considerato, ad ora, il capolavoro di Christopher Nolan, nonché il film di fantascienza più importante degli ultimi anni.

Le ispirazioni dichiarate del regista sono facilmente individuabili: Matrix, Il tredicesimo piano, Dark City in primis. Tutte pellicole incentrate sul tema della dualismo realtà/simulazione, della perdita di coscienza e della confusione identitaria. In realtà si potrebbero scomodare anche l’ottimo Strange Days, il poco riuscito ma tematicamente molto affine The Cell o persino il romantico Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry (che ha nella sua filmografia anche un titolo indicativo come L’arte del sogno). Tuttavia, non si commetta l’errore di considerare Inception una riattualizzazione fuori tempo massimo del filone realtà simulata, tanto in voga fra la fine dei Novanta e i primi dei Duemila. Siamo infatti di fronte ad un reale spostamento in avanti della frontiera fantascientifica al cinema, azzardo che il sopravvalutato Avatar aveva tentato su base tecnologica e che invece Nolan ha vinto sul piano di scrittura e regia.

Il suo ultimo film, oltre ad essere tecnicamente eccellente (con effetti speciali e trovate visive spettacolari), è anche un perfetto meccanismo ad incastro, un gioco di dilatazioni temporali e variazioni spaziali per livelli che intriga, coinvolge e convince. La riflessione sui confini percettivi del reale si arricchisce di tutte le sfumature fornite dall’elemento onirico, il quale si rivela tanto più potente ed incontrollabile quanto più i protagonisti sono sicuri di esserne padroni al punto di poterlo indurre e di guidare a proprio piacimento. Il finale poi, con quella sua ambiguità sapientemente voluta, insinua un dubbio così atroce nel pubblico che renderebbe angosciante qualsivoglia morale – sebbene riteniamo che gli elementi forniti dal film stesso, e soprattutto proprio dalla sequenza finale, sciolgano la sospensione in favore di una soluzione ben precisa -. Interessante poi la presenza di un oggetto “totem” come ancoraggio alla realtà originaria in una situazione in cui lo sdoppiamento – anche solo proiettato – della propria persona può mettere a rischio l’identità dell’individuo. La trottolina in ferro di Cobb richiama così la moneta di Harvey Dent/Due Facce in The Dark Knight, icona del dualismo per eccellenza, e allo stesso modo assurge a logo sineddotico della propria pellicola di appartenenza con una potenza simbolica disarmante.

Gli attori sono tutti molto bravi, in particolar modo Leonardo DiCaprio ed Ellen Page (l’amata Juno dell’omonimo film), ma fa anche piacere ritrovare il monumentale Michael Caine, vero e proprio attore feticcio di Nolan. Buone anche le musiche di mestiere di Hans Zimmer, che ben si accompagnano alla grandiosità del film.

In definitiva, Inception è quello che si sogna un buon regista possa fare quando ha a disposizione budget enormi. E magari fosse successo un po’ più spesso.

mercoledì 25 agosto 2010

Scrivere Kon rammarico


Ieri è morto un grande dell'animazione giapponese: Satoshi Kon.
Suo è stato uno dei primi manga seri della mia carriera di lettore di fumetti, La stirpe della sirena. Nonchè uno dei primi film seri della mia carriera di divoratore di film animati, Perfect Blue (in foto).

Qui, il mio pezzo a lui dedicato su Doppioschermo.

Che disdetta, però...

martedì 3 agosto 2010

Che cosa hanno fatto?


Esce ufficialmente a metà settembre, ma era già stato presentato al Festival di Venezia e pare sia uscito a Torino in versione originale sottotitolata.
Sto parlando dell'ultimo film di Werner Herzog, stranamente non tradotto, dall'arcaico titolo My son, my Son, what have Ye done?
Non posso dire di aver visto tutti i film del regista tedesco, anche se credo sia un genio.
Ma questo film va recuperato istantaneamente.
Perchè?
Semplicemente perchè il suo produttore esecutivo è David Lynch. E, stando alla recensione di Film Tv, è un'"opera di super nicchia" che "divertirà i cinefili scatenati a stabilire cosa sia lynchiano e cosa herzoghiano".
Direi che, in piena estate, non si può chiedere niente di meglio.

A parte il nuovo capitolo di Shrek, è ovvio.

Ah, e mi scuso per prima.
Io odio le domande retoriche. Non so perchè l'ho fatta.

giovedì 1 luglio 2010

Kill Harry Vol.1



Quanto lo stavi aspettando?

Oblivion.

giovedì 17 giugno 2010

E mo saw cavoli...


“Mi sa solo l’uno e il due. Forse anche il tre, non ricordo... Il primo era figo, però.”

E’ questa la risposta ricorrente che si ottiene in questi giorni quando si chiede a qualcuno se conosce i film di Saw L’enigmista. Del resto è una domanda d’obbligo, dato che è in sala già da qualche tempo Saw VI e bisogna pure in qualche modo reclutare complici per una orrorifica incursione in sala...

Non che sia una risposta snervante, intendiamoci. Il primo, del 2004, in effetti è stato davvero molto apprezzato, e al di là della carica di sadismo e violenza che ha portato nel panorama dell’horror da blockbuster (precedendo di un anno il ben più estremo Hostel), tutti coloro che l’avevano visto erano rimasti spiazzati soprattutto dal fantastico ed imprevedibile finale. E con quel primo capitolo è iniziata in realtà una vera e propria saga. Qualcosa che si potrebbe etichettare più come un sofisticato telefilm che come un insieme di fortunati sequel. L’idea della produzione è stata infatti di partorire un Saw all’anno, e così è avvenuto. Tant’è che l’attuale sesto film giunge algebricamente puntuale nella nostra primavera 2010.

Difficile stabilire dove stia la forza del personaggio di John Kramer e dei film a lui dedicati. Forse nei suoi dispositivi diabolici, sempre nuovi e avvincenti. Forse nel vocione alterato che promana dalle dozzine di registratori vocali consegnati alle sue vittime. Forse nelle sue maschere grottesche con le guance a spirale. Forse nella sua retorica bacchettona e fintamente riscattista, sciorinata con una cura grammaticale e lessicale quasi chirurgica. O – cosa ancora più probabile – nel fatto che, prima con un piede nella fossa e dopo definitivamente defunto, Jigsaw continua ad essere il protagonista indiscusso di ogni capitolo, ora intervenendo in cupi filmati registrati, ora modificando storia e dinamiche con densi flashback di retrocontinuity. Ovviamente il pubblico apprezzerà con sfumature diverse un po’ tutti questi elementi, ma alla base di tutto c’è un salvifico minimo comune multiplo: il totale disimpegno intellettuale del fenomeno. Se vogliamo, l’onestà dell’operazione, che non aspira a rimpiazzare le iconografie di antecedenti storici come Nightmare o Halloween, ma che si pone più che altro proprio come una sofisticata serie tv a cadenza annuale.

In realtà, più di qualcuno, il rischio intellettuale dei Saw l’ha paventato. Che è forse poi lo stesso degli Hostel. Ovvero: il culto e l’attesa della violenza estrema solo a fini meramente sadici, strumentali, quasi “documentaristici”. Uno splatter non più legato alla combinazione di elementi esterni – mostri, fantasmi, natura, animali -, bensì a freddi ed asettici congegni di morte dal sapore retrò, dove la tensione è dettata più dalla spinta oltre i limiti intuibili dello stress fisico piuttosto che da sviluppi di intrecci narrativi reali.

Ma qui casca l’acido. E’ forse per aggirare questo agguato che la serie di Saw ha puntato molto su una struttura così riconoscibile nei suoi episodi. Soprattutto per ciò che concerne il finale. La maniera forse più spettacolare e marcata per fuggire dal suo stesso, scomodo, dispositivo mortale: cambiare continuamente le carte in tavola. Utilizzare spiegoni conclusivi che rimettano in gioco tutto, con richiami dettagliati a tutti i film precedenti, e che lascino nello spettatore quello spaesamento cool che li spinga alla ri-visione mirata o generale. Proporre finali che chiudano delle porte ed aprano delle trappole. Mantenere viva l’attenzione scavalcando urla, pianti e strumenti di tortura. E questo, lungi da ogni enigmistica complessità, è probabilmente il semplice segreto di questa saga, ancora sospesa fra mainstream e underground. Fra thriller e gore. Tra il mito e l’auto-parodia.

Amare o odiare Saw. Fate la vostra scelta".

saw3

giovedì 6 maggio 2010

I'm Here. O dello splendore di un idillio sintetico.


Ecco la cosa più bella che mi sia capitato di vedere su uno schermo che non fosse un film, un cartone animato o una serie.
I'm Here del bravissimo Spike Jonze (regista del recente Nel paese delle creature selvagge, che ho amato) è un mediometraggio di 29 minuti circa.
Purtroppo non esiste ancora una versione sottotitolata in italiano, ma è facile trovarlo in streaming - anche sul bellissimo sito ufficiale - o in download diretto, in lingua originale. Sono tuttavia riuscito a trovare una versione sottotitolata in spagnolo da scaricare direttamente, che può essere comunque d'aiuto.
Di parlare parlano, ma per chi mastica un pò di inglese dovrebbe essere possibile comprendere per lo meno "il grosso" dei dialoghi. E poi, anche se si perdesse il significato di alcune frasi - fosse anche la metà -, davvero non è così grave. Il senso della storia rimane intatto, e la forza delle sequenze, delle singole immagini - perfino della colonna sonora - non perde di un solo grammo la sua intensità.

Sulla trama non dirò nulla. Rimando direttamente al trailer ufficiale, qui sotto.
Guardatelo. Non chiedo altro.



martedì 27 aprile 2010

Il Super Vizio (o della auspicabilità della condivisione universale)


Ho avuto la fortuna di guardare IRON MAN 2 in anteprima. Non ne parlerò in questa sede (chi vorrà potrà leggere la mia recensione su Doppioschermo). Questo post in realtà nasce da una riflessione abbastanza laterale e collaterale sui film che traspongono personaggi dei fumetti. In particolare quelli Marvel.

In sintesi, il dubbio che ho è il seguente: perchè i film sui supereroi Marvel non sono ambientati nello stesso universo?
Mi spiego.
Nel Marvel Universe a fumetti, personaggi di testate diverse spesso si incontrano, si scontrano, si parlano, si amano e - soprattutto - vivono nella stessa città. Ma l'effetto crossover è per ora l'ultima cosa che in realtà mi interessa. Ciò su cui riflettevo è una cosa che sta "a monte" in ogni primo capitolo cinematografico dedicato ad un personaggio che finisce sul grande schermo: la Storia. Non la trama del film, bensì il passato, lo status quo nel quale il nuovo eroe si inserisce.
Quando uscì il fumetto di Daredevil, già da un paio d'anni c'era Spiderman a svolazzare fra i grattacieli della Grande Mela. E quando il giovane Parker risolveva i suoi primi dilemmi etici, era la Torcia Umana dei Fantastici 4 l'amico mentore - nonchè eroe già affermato - cui rivolgersi. Stessa cosa vale per gli X-men, che hanno seguito la comparsa di alcuni colleghi e preceduto quella di altri. Eccetera.
Come dicevo prima, questo non riguarda solo le possibilità di interazione fra superamici (che pare essere il più recente trend della Marvel cinematografica per i progetti futuri).
Il "vizio" del titolo è per me più che altro legato a quella che si suppone dovrebbe essere la preparazione e predisposizione dell'opinione pubblica alla comparsa - o rivelazione - di un (nuovo) supereroe. Insomma: è verosimile pensare che dopo lo stupore delle prime volte, la scoperta di nuovi soggetti con poteri e costumi singolari provochi reazioni via via più moderate.
Rilancio.
Molto dipende anche dal contesto storico in cui la suddetta comparsa - o rivelazione - dei singoli eroi si palesa. Lo stupore ingenuo degli anni 40, il clima rivoluzionario degli anni 60, il complottismo paranoico negli anni 70 o 80, che so. Nonchè l'utilità marginale, sempre minore, che la gente percepisce ad ogni new entry. Vedere invece negli ultimi anni al cinema, in epoca strettamente contemporanea, la nascita di nuovi supereroi diversi in pellicole diverse in un universo ogni volta "resettato", a mio parere ha mortificato del tutto questa componente.
In effetti, la parte legata alla contingenza storica sarebbe impossibile da rendere: una splendida carrellata era stata dipinta dal bravissimo Alex Ross e scritta dall'altrettanto bravo Kurt Busiek nel meraviglioso graphic novel MARVELS, ma si trattava di un'operazione decisamente singolare e difficilmente trasponibile in un lungometraggio.
Però almeno trattare questo universo di riferimento cinematografico, per quanto giovane, come uno sfondo comune a tutti i supereroi, insomma, questo si poteva anche fare. Ma non per amore sfegatato della continuity o per rendere il prodotto meno universale (sarebbe un suicidio commerciale e di marketing). Tutt'altro: per rendere coerente i nuovi film anche con la percezione reale del pubblico. Ormai sono diversi anni che girano film sui supereroi, soprattutto Marvel. Quindi è ragionevole pensare che anche agli spettatori sembri un pò "trita" l'idea di vedere, nei nuovi film, il solito prevedibile carosello di reazioni stupite, di campagne mediatiche e di altre sociodinamiche legate alla comparsa dei nuovi supereroi del caso. Il che, tra parentesi, toglie anche gran parte del tempo che potrebbe essere dedicato alla formazione del personaggio (almeno nel primo capitolo) a tutto vantaggio della sfruttabilità piena delle due ore circa di durata per imbastire una storia davvero completa e che non sia solo una specie di introduzione.

E' forse anche per questo, pensandoci a mente fredda, che i miei due film preferiti tratti dai fumetti rimangono, ad oggi, il Batman di Burton e il recente Watchmen, entrambi stappati alla contemporaneità e fiondati in un'epoca passata (ma non troppo) capace di restituire un reale senso di estraniamento e di meraviglia mediatica.

Certo che se mai dovessero fare un film da MARVELS, io potrei anche impazzire. Ma proprio clinicamente, eh.



venerdì 23 aprile 2010

MaraTOna


Domani sabato 24 Aprile, al Politecnico Fandango qui nella capitale, dalle 17:00 in poi, c'è un evento degno dei più raffinati cinefili ed orientalisti: una maratona dedicata al regista Johhny To, dove verrano proiettati 4 suoi capolavori e lo stesso regista si concederà ad un incontro col pubblico.
La vera domanda non è se ne valga la pena.
Non è se i film selezionati sono rappresentativi.
Non è capire se la zona è ben collegata.
No.
Per me l'unica vera domanda è:
allora, su, chi viene con me?