mercoledì 3 novembre 2010

Una volta lì, salutate...


Bene. E dopo i festeggiamenti, ripulisco i resti del party. Nastri, fischietti, fonzies, macchie appicciccose di coca cola, fazzolettini, tracce di pasta frolla e spinaci. E qualche amarezza.
Quando una cosa muore, muore. Quando una cosa è morta, è morta.
Non ha molto senso rianimare un cadavere. Non sarebbe dignitoso.

Grazie ancora a tutti quelli che ho nominato nel post precedente. Nel bene e nel male, siete stati il mio primo "pubblico".
Credo che il senso, l'ispirazione e l'amore che animavano questo blog siano pian piano scemati, impoveriti da un feedback sempre più incerto e da tempi di aggiornamento via via più incostanti. Non so se questo sia dipeso davvero dall'avvento di Facebook, che si dice aver ucciso i blog. Io sono convinto che i due spazi siano molto diversi, e che le esigenze che animano ciascuno di essi siano complementari. Ma ormai non ha molto senso parlare ancora di questo.

Per questo motivo, senza troppi rimpianti, dichiaro per ora
chiuso
questo blog.

Alla prossima vita virtuale.

つづく

sabato 30 ottobre 2010

300


Direi che è un ottimo traguardo.
Avrei voluto festeggiare anche col duecentesimo post, ma davvero non era il caso. Fidatevi.
Che poi, non è che la mia intenzione ora sia proprio quella di "festeggiare". Volevo più che altro ringraziarvi. Ringraziare i lettori più assidui che mi seguono fin dall'inizio o quasi (anche se non commentano), quelli che mi hanno seguito fino ad un certo punto e poi basta, quelli che si sono affiancati al mio blog solo di recente, quelli che bazzicano da queste parti senza lasciare traccia.
Ma soprattutto, quelli che sono finiti qui googlando "I gufi non sono quello che sembrano" e "So say we all". Non so chi voi siate, ma leggere di voi su Shinystat mi ha fatto quasi commuovere.

martedì 26 ottobre 2010

Nessuno. Può chiamarmi. Fifone.


Compie 25 anni, il primo film della trilogia fantascientifica più amata di sempre.
Delle felicissime nozze d'argento col cinema e l'universo pop.
Io, come migliaia di altri fan nostalgici, domani sera andrò in una delle sale convenzionate a vedere la sua fugace ricomparsa sul grande schermo, nella versione rimasterizzata in Digitale 2K e audio 5.1.

E il giorno dopo, alla Festa del Cinema della Capitale, mi godrò dal vivo LEI.


Un Ritorno al Futuro per davvero. Quel futuro che ci piaceva tanto da piccoli.
Non quello che si affaccia ORA

lunedì 18 ottobre 2010

Ti ricordi di me, Eddie?

Voi probabilmente lo ricordate così,

e vi sembrava inquietante.

Beh.

Come la penserete scoprendo che in realtà era

così?

venerdì 15 ottobre 2010

Lo Sbocconcellatore di Precarietà


E' passato un pò di tempo da quando proposi la mia prima professione inventata, il Ritradizionatore (uno dei post ai quali sono più legato in assoluto).
Credo sia il caso di passare alla seconda. Di certo non meno attuale della prima.
Si tratta di una figura professionale altamente diffusa, che sta progressivamente saturando il mercato e che rappresenta senza dubbio la principale risorsa lavorativa del nuovo decennio. Parlo di quello che mi piace definire lo Sbocconcellatore di Precarietà.

Nonostante le molteplici accezioni sociali che questa perifrasi potrebbe lasciar presagire, la mia idea di mercato di tale figura è ben precisa e mi accingo ad esplicarla.
Lo sbocconcellatore di precarietà ha un'età compresa tra i 20 e i 45 anni - con la massima densità nella fascia postuniversitaria - e vive in una maniera che il sentire comune porterebbe oggigiorno a definire "precaria". In realtà, però, la vera novità del professionista in questione è la sua specifica condizione contrattuale e finanche psicologica, che lo rende molto più realisticamente vicino alle esigenze della scena lavorativa attuale. A differenza del comune e sopravvalutato precario, lo sbocconcellatore di precarietà (destinato a soppiantare ben presto il primo) è una figura molto più malleabile e calzinamente rivoltabile perchè, come suggerisce il suo stesso titolo, quella famosa ed agognata precarietà lui nemmeno può darla per scontata.
Egli intervalla periodi in cui riesce a prestare il suo salturario servizio presso disparate agenzie del lavoro o cacciatori di stagisti volontari a mesi di totale parassitismo involontario e imbarazzante, che contribuiscono ad alimentare in costui il senso di colpa ed il terrorismo psicologico più biechi, tanto utili alla quasi totalità dei datori di lavoro più intraprendenti.
E' inoltre disposto a seguire i corsi di formazione più improbabili e a firmare i contratti più vaghi e perituri alla sola prospettiva di una qualsivoglia attività lavorativa, sebbene intrapresa per compensi risibili o nulli.
Contratti a progetto, contratti di collaborazione occasionale e contratti di somministrazione divengono così le tre virtù teologali dello sbocconcellatore di precarietà, che rimarrà auspicabilmente ad esse fedele per molti lustri a venire.
E la cosa curiosa è che non è nemmeno necessario frequentare corsi o master specifici. La forza e la competenza dello sbocconcellatore è già in tutti i giovani.

La prossima volta parleremo del Bazzicatore di Dignità. Ma non subito.
Facciamo le cose per gradi.
Che fretta c'è?

lunedì 4 ottobre 2010

Tergosofia


Socrate: "Avrai pur sentito blaterare, mio buon Teofracico, sulla leziosa questione che da generazioni occupa i simposi di tutti i popoli ellenici e non solo. Mi riferisco al dibattito sulla preferenza, tipicamente maschile, fra il seno o le terga".
Teofracico: "Senza dubbio, o sommo".
Socrate: "Ebbene, immagino che anche tu ti sarai posto la questione almeno una volta nella tua ultraventennale esistenza.".
Teofracico: "Quasi mi vergogno ad ammetterlo ma no, Maestro."
Socrate: "Uhm... Ebbene, questo vuol forse dire che non sei interessato a conoscere quanto io ho da dirti sulla faccenda?"
Teofracico: "Ma certo che no, edottissimo. Insegnami la tua posizione affinchè possa comprenderne l'intensità gnoseologica e la profondità metafisica."
Socrate: "Orbene. Io ritengo che, con gli strumenti donati dagli dei a tutti gli esseri umani, la soluzione a questo falso problema sia sotto gli occhi di tutti ogni giorno. Ed invero, ritengo a stento giustificabile che un simile abbaglio abbia colpito anche le menti più fertili e colte."
Teofracico: "Non tutti gli uomini padroneggiano gli strumenti divini come te, o innegabile dispensatore di verità. Ma dimmi: in che modo hai risolto questo annoso dilemma?"
Socrate: "Dunque. Ciò che mi vien fatto da pensare è molto semplice. Ora ti chiedo: cosa fa un uomo quando è incantato da enormi mammelle o da glutei eburnei in mezzo alla strada?"
Teofracico: "Non saprei, o illuminato. Credo che cerchi di prolungare quella visione quanto più possibile."
Socrate: "E' corretto. Ma pensi che lo faccia ricorrendo al mondo dei sogni, o cerchi di farlo fisicamente?"
Teofracico: "Fisicamente, che diamine!"
Socrate: "Ciò che dici è esatto e ci avvicina gradualmente alla verità. E di grazia, Teofracico, cosa può fare l'eccitato per conseguire il suo risultato nella maniera più immediata?"
Teofracico: "Non so cosa rispondere, o Socrate. L'istinto e l'ignoranza mi portano a dire: di seguirla!"
Socrate: "Il solo istinto, e non l'ignoranza, ha partorito questa risposta, mio caro Teofracico. Ed è esattamente quello che avrei risposto anche io, se parimenti interrogato."
Teofracico: "Ne sono felice, Maestro. Ma devo ammettere che ancora non capisco..."
Socrate: "Infine, la mia risposta è semplice e schietta come la pietra pomice. Ed è la seguente.
Le tette possono anche essere meglio, ma il culo almeno puoi seguirlo."
Teofracico: "......."
Socrate: "......."
Teofracico: "...."
Socrate: "...."
Teofracico: "Maestro?"
Socrate: "Parla pure, lodevole Teofracico."
Teofracico: "Hai realmente pronunciato le parole tette e culo in una dimostrazione di alta filosofia teoretica?"
Socrate: "Teofracico, o stolto. Perchè me lo chiedi se conosci bene la risposta? Sai quanto io odi le domande retoriche."

martedì 28 settembre 2010

Recenception


Ecco cosa penso del nuovo film di Nolan. Buona lettura.


Diciamolo subito: Inception può essere considerato, ad ora, il capolavoro di Christopher Nolan, nonché il film di fantascienza più importante degli ultimi anni.

Le ispirazioni dichiarate del regista sono facilmente individuabili: Matrix, Il tredicesimo piano, Dark City in primis. Tutte pellicole incentrate sul tema della dualismo realtà/simulazione, della perdita di coscienza e della confusione identitaria. In realtà si potrebbero scomodare anche l’ottimo Strange Days, il poco riuscito ma tematicamente molto affine The Cell o persino il romantico Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry (che ha nella sua filmografia anche un titolo indicativo come L’arte del sogno). Tuttavia, non si commetta l’errore di considerare Inception una riattualizzazione fuori tempo massimo del filone realtà simulata, tanto in voga fra la fine dei Novanta e i primi dei Duemila. Siamo infatti di fronte ad un reale spostamento in avanti della frontiera fantascientifica al cinema, azzardo che il sopravvalutato Avatar aveva tentato su base tecnologica e che invece Nolan ha vinto sul piano di scrittura e regia.

Il suo ultimo film, oltre ad essere tecnicamente eccellente (con effetti speciali e trovate visive spettacolari), è anche un perfetto meccanismo ad incastro, un gioco di dilatazioni temporali e variazioni spaziali per livelli che intriga, coinvolge e convince. La riflessione sui confini percettivi del reale si arricchisce di tutte le sfumature fornite dall’elemento onirico, il quale si rivela tanto più potente ed incontrollabile quanto più i protagonisti sono sicuri di esserne padroni al punto di poterlo indurre e di guidare a proprio piacimento. Il finale poi, con quella sua ambiguità sapientemente voluta, insinua un dubbio così atroce nel pubblico che renderebbe angosciante qualsivoglia morale – sebbene riteniamo che gli elementi forniti dal film stesso, e soprattutto proprio dalla sequenza finale, sciolgano la sospensione in favore di una soluzione ben precisa -. Interessante poi la presenza di un oggetto “totem” come ancoraggio alla realtà originaria in una situazione in cui lo sdoppiamento – anche solo proiettato – della propria persona può mettere a rischio l’identità dell’individuo. La trottolina in ferro di Cobb richiama così la moneta di Harvey Dent/Due Facce in The Dark Knight, icona del dualismo per eccellenza, e allo stesso modo assurge a logo sineddotico della propria pellicola di appartenenza con una potenza simbolica disarmante.

Gli attori sono tutti molto bravi, in particolar modo Leonardo DiCaprio ed Ellen Page (l’amata Juno dell’omonimo film), ma fa anche piacere ritrovare il monumentale Michael Caine, vero e proprio attore feticcio di Nolan. Buone anche le musiche di mestiere di Hans Zimmer, che ben si accompagnano alla grandiosità del film.

In definitiva, Inception è quello che si sogna un buon regista possa fare quando ha a disposizione budget enormi. E magari fosse successo un po’ più spesso.

venerdì 17 settembre 2010

Scofield in Tour

Da orfano di Prison Break, potete capire che impressione mi ha fatto scorgere questo cartellone in un'agenzia viaggi:


Ed ecco un dettaglio:


Non sono solo io a notare una somiglianza impressionante...

...vero?

martedì 14 settembre 2010

Laura Palmer si starà rivoltando nella plastica


E' stato concepito in qualche modo come un "omaggio" a Twin Peaks. Il che è già un vizio logico, dato che non è nè un sequel nè un remake della mitica serie lynchiana.
Ad ogni modo, critica e pubblica lo hanno stroncato, tanto che non ha superato gli 8 episodi.

Ora è arrivato anche in Italia. E la visione non si può più rimandare.
Perciò, vado con l'auto-spot:



Happy Town.
Da stasera, sul mio streaming.

Me ne pentirò.
Oh, se me ne pentirò...

venerdì 10 settembre 2010

50 volte il primo giorno di lavoro


Per ora, contando tutte le cose anche minori o non pagate, questo credo sia l'ottavo.
Fra i lavori pseudo-veri, il terzo.
Mi sa che ce n'è ancora per molto.

Ringrazio il mio amico Pepp8.
Il titolo di questo post viene da un suo brillante commento su Facebook.

giovedì 2 settembre 2010

LO STesso concept, in salsa francese


Non diventerà certo un fenomeno di culto mondiale come LOST, ma un suo seguito se lo sta costruendo anche qui da noi.
FOUDRE, qui da noi trasmessa col titolo di SUMMER CRUSH, è una serie francese del 2007.
Il paragone con Lost, all'apparenza ingiusto ed inglorioso, è in realtà assolutamente voluto. O meglio, se lo sono voluti loro.
Questo teen-drama con elementi di mistero, infatti, compie nella seconda stagione una virata colossale. Quasi un "salto di fede".
Nell'episodio 2x01, i protagonisti del telefilm si svegliano su un'isola deserta, senza ricordare come siano finiti lì. Inizia così una saga che sembra quasi una parodia scialba della fortunata serie di J. J. Abrams: botole, simboli tribali, isolotti vicini, degli "Altri", addirittura un cane...
Eccezion fatta per la presenza di toni più divertenti e di una marcata sciatteria recitativa, Summer Crush rimanda a Lost anche stilisticamente: gli stacchetti musicali, la sigla finale, persino la citazione dell'occhio che si apre nella sigla iniziale. Manca il filone parallelo dei flashback/flashforward, quello si, ma abbondano le corse interminabili ed isteriche fra i cespugli e gli elementi misticheggianti qua e la.
Io sono ancora alla puntata 2x04, perciò non ho idea di quando terminerà questa parentesi lostiana della serie (sempre che termini). Ma si tratta decisamente di un'operazione commerciale dal sapore più truffaldino che bonariamente parodistico o nostalgico...

Ecco a voi un piccolo assaggio.

domenica 29 agosto 2010

What if August



L'Agosto come credevo lo avrei vissuto.
Come ero sicuro lo avrei vissuto.
E invece, è rimasto miracolosamente catapultato alla periferia del multiverso.

Grazie Karma.
Ti devo un Kebab. E tu sai perchè.

Buon ascolto.

mercoledì 25 agosto 2010

Scrivere Kon rammarico


Ieri è morto un grande dell'animazione giapponese: Satoshi Kon.
Suo è stato uno dei primi manga seri della mia carriera di lettore di fumetti, La stirpe della sirena. Nonchè uno dei primi film seri della mia carriera di divoratore di film animati, Perfect Blue (in foto).

Qui, il mio pezzo a lui dedicato su Doppioschermo.

Che disdetta, però...

sabato 21 agosto 2010

Il problema è che la gente oggi compra sempre più libri...


Scoperto del tutto casualmente, ecco il saggio che ha allietato la mia estate e fornito spunti e tormentoni per i mesi futuri: Scusa l'anticipo, ma ho trovato tutti verdi.
Nato nei meandri del web, l'esperimento del luogo comune al contrario è partito dal blog di Alfredo Bucciante, luoghicomunialcontrario.net, e ha subito preso piede scatenando risate e contributi virtuali da tutte le parti d'Italia.
Questa approdata in libreria è una selezione di ben 500 di queste divertentissime perle.
Alcuni esempi a me particolarmente cari:

"Ti lascio perchè ti amo troppo poco".

"Fa' come se fossi a casa mia".

"Gli albini hanno il ritmo nel sangue".

"I terremoti sentono gli animali in anticipo".

"Mi piaci dal secondo momento che ti ho vista".

"C'è la crisi, c'è la crisi, e poi stanno tutti a casa""

"Premetto che sono razzista".

"E' ora che Babbo Natale capisca che i bambini non esistono".

"Non dormire, che poi non bevi la Coca-Cola!"

" -Che morbido... E' nuovo?
-Si."

Tra l'altro, le edizioni Einaudi hanno il 25% di sconto su tutti i tascabili, almeno fino a fine mese. Quindi sarebbe un ottimo momento per approfittare.
E non aspettate il film, che "non sempre il film è meglio del libro".

sabato 14 agosto 2010

Il Tempo non fa il suo dovere (e a volte peggiora le cose)


Si sa: a volte, rivedere in età adulta ciò che si è amato in tenera età può riservare delle brutte sorprese. La frustrazione post-recupero mediatico è qualcosa che gli amanti di libri, film, musica, fumetti, serie tv ed altri manufatti artistici e culturali imparano presto a conoscere.
Del resto, se un prodotto è buono, è difficile che crei questo penoso effetto. Film come Mary Poppins, Forrest Gump o Shining (giusto per spaziare di genere) non sembrano invecchiare mai. Ad ogni visione, anzi, è possibile cogliere nuovi particolari, finezze di sceneggiatura, persino maggiore spessore nei personaggi. E questo vale in tutti gli altri ambiti delle categorie sopra citate.

Per questo mi duole ammettere, dopo tanti anni trascorsi a recuperarne ordinatamente e mooolto pazientemente tutti gli episodi, di aver fatto male in fin dei conti a voler rivedere una delle mie serie preferite dell'infanzia: QUANTUM LEAP, in Italia noto anche col nome IN VIAGGIO NEL TEMPO.
In essa si narra dei viaggi temporali di uno scienziato che, per un errore, viene catapultato nelle vite di persone del passato per cambiare (in meglio) il corso delle loro esistenze, sperando sempre che il salto successivo sia verso il suo presente. Io lo ricordavo con molto affetto soprattutto per la bellissima puntata finale, della quale ho parlato in questa sede tempo fa. Ma anche per l'accuratezza nella ricostruzione di scenari e costumi delle varie epoche affrontate, per alcuni personaggi impersonati dal protagonista, e in generale per la sottotrama che procedeva parallelamente alle storie singole.
Rivedendo il telefilm ora, non ho ritrovato quasi nulla di tutto ciò.
Le puntate sono ambientate quasi tutte fra gli anni 50 e 60, il che rende in qualche modo molto più semplice di quanto ricordassi la resa dell'ambientazione. Della sottotrama principale si può dire che tutto si riduce a pochissime puntate davvero dense, ovvero quelle dedicate al passato del protagonista Sam Beckett e del suo amico "ologramma" Al Calavicci.
Mi ricordavo anche un epocale episodio doppio dedicato all'assassino di Kennedy, ma riguardandolo ora mi è sembrato solo un reazionario tentativo di screditare goffamente le tesi complottiste che sono sorte (a ragione) nel corso degli anni sulla vicenda di Harvey Lee Osvald.
Non solo: l'intera serie è pervasa da un bigottismo moralista in salsa cattolica che farebbe la gioia di tutta l'UDC. Pochissime ambiguità, pochissimi dilemmi etici. Molti temi sociali, per carità, ma trattati con un tale amore per lo stereotipo ed il paternalismo da rendere spesso ridicoli anche i momenti più seri.
Pensare che negli stessi anni andava in onda anche una serie matura e "avanti" come Star Trek The Next Generation fa quasi sorridere...

E poi - piccola nota personale - credo che nel mio appartamento si sia verificato l'unico caso nazionale di scenario con coinquilini che, per tormentone casalingo, imitano fra loro la voce italiana scattosa ed incerta di Scott Bakula e quella goliardica ed allarmista di Al, con tanto di dialoghi moralisti applicati a contesti improbabili della (nostra) vita quotidiana.

Meglio così. Del resto, anche questo si sa: a volte la parodia (attiva o passiva) può essere ricordata con molto più affetto della fonte originale.

martedì 10 agosto 2010

Il tempo ingiallisce


Del tutto casualmente, ho appena scoperto che nel luglio del 1930 moriva Sir Arthur Ignatius Conan Doyle, inventore (assieme ad Edgar Allan Poe) della crime fiction, padre del giallo deduttivo e - soprattutto - creatore dell'investigatore più famoso del mondo: Sherlock Holmes.
Oltre al film con Robert Downey Jr dell'anno scorso e a varie iniziative editoriali (anche in ambito fumettistico), al noto personaggio è stato dedicato di recente un telefilm inglese di ottima fattura e dal semplice titolo Sherlock. Forse proprio in occasione di questo 70° anniversario, chissà.
La vera novità di questa serie è che i personaggi (nonchè le storie classiche provenienti dai romanzi) sono stati adattati ai giorni nostri, con tutte le attualizzazioni contestuali, etiche e morali del caso. Io ho visto solo il primo episodio, ma devo dire che l'operazione sembra interessante.
E considerando che fra le penne di questo show ci sono anche due fra i più importanti sceneggiatori dell'ultimo Doctor Who, immagino che la sua visione richieda una chance almeno da parte dei fan della longeva e fortunata serie fantasy.

E nel frattempo, il piccolo e antipatico bambino detective che omaggia nel suo nome proprio il defunto scrittore, ovvero Detective Conan (al quale dedicai tempo fa questo e quest'altro post), supera i suoi 15 anni di pubblicazione in patria e continua imperterrito a tenere compagnia anche al suo pubblico italiano, sebbene a ritmo ormai solo bimestrale - per distanziarsi adeguatamente dall'edizione originale -.
Chissà se per l'occasione, anche sulle sue pagine sarà stata concepita una saga che coinvolga Doyle. Indirettamente, certo, ma anche direttamente.
Con questi giapponesi non si può mai sapere.

sabato 7 agosto 2010

martedì 3 agosto 2010

Che cosa hanno fatto?


Esce ufficialmente a metà settembre, ma era già stato presentato al Festival di Venezia e pare sia uscito a Torino in versione originale sottotitolata.
Sto parlando dell'ultimo film di Werner Herzog, stranamente non tradotto, dall'arcaico titolo My son, my Son, what have Ye done?
Non posso dire di aver visto tutti i film del regista tedesco, anche se credo sia un genio.
Ma questo film va recuperato istantaneamente.
Perchè?
Semplicemente perchè il suo produttore esecutivo è David Lynch. E, stando alla recensione di Film Tv, è un'"opera di super nicchia" che "divertirà i cinefili scatenati a stabilire cosa sia lynchiano e cosa herzoghiano".
Direi che, in piena estate, non si può chiedere niente di meglio.

A parte il nuovo capitolo di Shrek, è ovvio.

Ah, e mi scuso per prima.
Io odio le domande retoriche. Non so perchè l'ho fatta.

sabato 24 luglio 2010

Lo spazio bianco

che campeggiava sopra la mia scrivania,
è stato infine egregiamente riempito.

Niente Hopper, nè Monet o Kandinsky.

Bensì questo:
61x92 centimetri di mito.
Per 4,99€.

I
Love
Ireland.

lunedì 19 luglio 2010

La Prima Donna. Recensione.


Una sala operatoria. Wonder Woman come interlocutrice. Pochi ricordi confusi. Molte paure malcelate.
E, prima di tutto, un corpo ripudiato da una vita.

Con questi ed altri elementi si apre "La Prima Donna", che segna l’esordio nella narrativa della valente sceneggiatrice e scrittrice Giustina Porcelli. Dopo i toni umoristici dei due saggi 101 Motivi per non smettere di guardare Beautiful e Come imparare a dire di no ...e vivere meglio, l’autrice passa ad affrontare una storia di ampio respiro su un tema socialmente ancora poco discusso e accettato: la transessualità.
La vita del protagonista viene presentata in maniera destrutturata, procedendo per ricordi ed aneddoti inframmezzati da una cornice onirica che riporta costantemente il lettore al momento cruciale, vero filo conduttore di tutta la storia: la tanto agognata operazione finale che porterà il ragazzo a cambiare definitivamente sesso. Sullo sfondo di paesi del sud definiti solo per apposizioni (“la Città delle Belle Donne” in primis), lungo un arco temporale che parte dagli anni 80 e si avvicina inesorabile alla contemporaneità, le quattro fasi dell’antieroe Gabriele/Lele/Gabrielle/Gabry vedono l’avvicendarsi di personaggi vividi e reali, che ci si ritrova presto ad amare od odiare per la loro umanità.
Le già note difficoltà sociali della vita di provincia, amplificate oltremodo dallo stigma verso omosessualità e travestimento, si intrecciano sapientemente nella narrazione con gli elementi più (e meno) rassicuranti e riconoscibili della cultura locale e nazionale, rendendo la vicenda assai vicina, realistica e – nonostante le cautele definitorie – geograficamente collocabile.
Il percorso di Gabriele eleva La Prima Donna a vero e proprio romanzo di formazione, capace di portare allo svisceramento di pregiudizi, dilemmi etici e meccanismi affettivi che possono investire tutti coloro i quali – non certo per capriccio o per sfida – non riescono a sentirsi a proprio agio con le etichette sessuali, morali o (semplicemente e meramente) corporee ricevute alla nascita.
Una lettura piacevole ed intensa, caratterizzata da uno stile fresco che riesce ad essere insieme ironico, commovente nonchè assolutamente personale.

Già attendiamo con ansia il secondo romanzo.

venerdì 16 luglio 2010

Fumo di Luglio


Questo mese, sul numero 182 di Fumo di China, oltre ad alcune recensioni, c'è anche un mio articolo a due pagine su Iron Man 2.

Emozionante. Almeno per me.

Comprate, amici, comprate!

martedì 13 luglio 2010

A un passaggio a livello


lontano dal mondo
un giorno d'agosto assolato

un capostazione annoiato
vide a un finestrino

di un accelerato

una signora bruna
e più non lavorò.
Passava le serate

a guardare la luna

e i treni si scontravano
ma lui non li sentiva
prima o poi l'amore arriva.

(S. Benni)

giovedì 1 luglio 2010

Kill Harry Vol.1



Quanto lo stavi aspettando?

Oblivion.

domenica 27 giugno 2010

La specularizzazione di Halley

Io ti dissi
ciao
,
tu dicesti
addio
.

giovedì 24 giugno 2010

Song 3


Ecco tre segnalazioni musicali per iniziare l'estate nel più malinconico dei modi.
Ma sono state tre scoperte eccezionali.
Impossibile non condividerle.
Buon ascolto. E buona traduzione.


Joshua Radin - Someone else's life


Somehow
I'm leading someone else's life

I cut a star down
with my knife

And right now
I still see the way the moon
plays this tune

Though our nights died

My hands shake
My knees quake
It's everyday
Same way

'Cause then came you
Then there's you
I keep your picture
in my worn through shoes


Then there's you
Then came you
When I'm lost
I look at my picture of you


And somehow
I'll make tonight our own

Show you every way I've grown
since I met you


And right now
I'll be the boy in your next song

I'll learn the parts and play along
if you let me


My hands shake
My knees quake
It's everyday
Same way

'Cause then came you
Then there's you
I keep your picture
in my worn through shoes


Then there's you
Then came you
When I'm lost
I look at my picture of you


If you let me
I'll show the world to you

Yes
If you let me
I'll know just what to do


'Cause then came you
Then there's you
I keep you picture
in my worn through shoes


When I'm lost
in your eyes
I see
the way for me



Camille - Pour que l'amour me quitte


Endormie
cheveux mouillés
bras repliés
retrouvée fenêtre ouverte
l'air
par la fenêtre

Pour que l'amour me quitte

En dormant j'ai rêvé
des milles lianes
Pagayé,
pagayé

Pour que l'amour me quitte

Réveillée
la lumière pâle
des murs de l'hôpital
trop aimer c'est pas normal
un cœur si mal
accroché,
décroché

Pour que l'amour me quitte
Amour


The Magnetic field - All my little words


You are a splendid butterfly
It is your wings that make you beautiful
And I could make you fly away
But I could never make you stay
You said you were in love with me
Both of us know that that's impossible
And I could make you rue the day
But I could never make you stay

Not for all the tea in China
Not if I could sing like a bird
Not for all North Carolina
Not for all my little words
Not if I could write for you
The sweetest song you ever heard
It doesn't matter what I'll do
Not for all my little words

Now that you've made me want to die
You tell me that you're unboyfriendable
And I could make you pay and pay
But I could never make you stay

lunedì 21 giugno 2010

Litfiba tornati insieme


Sono pronto.
Salvo complicazioni di sorta o estemporanee proroghe alla mia permanenza in terra straniera a metà Luglio, sarò di nuovo nella capitale il 23 di quel mese per godermi il concertone della reunion dei Litfiba.
Sto già spolpando ampiamente il doppio cd che ha lanciato questo evento, e devo dire che la scaletta dell'album mi piace moltissimo.
Detto ciò, propongo qui la mia personale lista dei pezzi storici che vorrei sentire.
Non necessariamente in questa sequenza (dato che li ho messi in ordine cronologico), nè per forza tutti tutti (dato che sono 26).
Vado.

- Lulù e Marlene
- Istanbul

- Tziganata

- Pierrot e la Luna

- Apapaia

- Univers

- Gira nel mio cerchio

- Lousiana
- Paname
- Peste

- Cangaceiro
- Dio
- Pioggia di luce
- Il volo
- Siamo umani
- Woda Woda

- Dimmi il nome
- Prima guardia
- Fata Morgana

- A denti stretti
- Tammùria
- Lacio drom

- No frontiere
- Suona fratello
- Ritmo
- In fondo alla boccia



C'è qualcuno che è d'accordo con me?

giovedì 17 giugno 2010

E mo saw cavoli...


“Mi sa solo l’uno e il due. Forse anche il tre, non ricordo... Il primo era figo, però.”

E’ questa la risposta ricorrente che si ottiene in questi giorni quando si chiede a qualcuno se conosce i film di Saw L’enigmista. Del resto è una domanda d’obbligo, dato che è in sala già da qualche tempo Saw VI e bisogna pure in qualche modo reclutare complici per una orrorifica incursione in sala...

Non che sia una risposta snervante, intendiamoci. Il primo, del 2004, in effetti è stato davvero molto apprezzato, e al di là della carica di sadismo e violenza che ha portato nel panorama dell’horror da blockbuster (precedendo di un anno il ben più estremo Hostel), tutti coloro che l’avevano visto erano rimasti spiazzati soprattutto dal fantastico ed imprevedibile finale. E con quel primo capitolo è iniziata in realtà una vera e propria saga. Qualcosa che si potrebbe etichettare più come un sofisticato telefilm che come un insieme di fortunati sequel. L’idea della produzione è stata infatti di partorire un Saw all’anno, e così è avvenuto. Tant’è che l’attuale sesto film giunge algebricamente puntuale nella nostra primavera 2010.

Difficile stabilire dove stia la forza del personaggio di John Kramer e dei film a lui dedicati. Forse nei suoi dispositivi diabolici, sempre nuovi e avvincenti. Forse nel vocione alterato che promana dalle dozzine di registratori vocali consegnati alle sue vittime. Forse nelle sue maschere grottesche con le guance a spirale. Forse nella sua retorica bacchettona e fintamente riscattista, sciorinata con una cura grammaticale e lessicale quasi chirurgica. O – cosa ancora più probabile – nel fatto che, prima con un piede nella fossa e dopo definitivamente defunto, Jigsaw continua ad essere il protagonista indiscusso di ogni capitolo, ora intervenendo in cupi filmati registrati, ora modificando storia e dinamiche con densi flashback di retrocontinuity. Ovviamente il pubblico apprezzerà con sfumature diverse un po’ tutti questi elementi, ma alla base di tutto c’è un salvifico minimo comune multiplo: il totale disimpegno intellettuale del fenomeno. Se vogliamo, l’onestà dell’operazione, che non aspira a rimpiazzare le iconografie di antecedenti storici come Nightmare o Halloween, ma che si pone più che altro proprio come una sofisticata serie tv a cadenza annuale.

In realtà, più di qualcuno, il rischio intellettuale dei Saw l’ha paventato. Che è forse poi lo stesso degli Hostel. Ovvero: il culto e l’attesa della violenza estrema solo a fini meramente sadici, strumentali, quasi “documentaristici”. Uno splatter non più legato alla combinazione di elementi esterni – mostri, fantasmi, natura, animali -, bensì a freddi ed asettici congegni di morte dal sapore retrò, dove la tensione è dettata più dalla spinta oltre i limiti intuibili dello stress fisico piuttosto che da sviluppi di intrecci narrativi reali.

Ma qui casca l’acido. E’ forse per aggirare questo agguato che la serie di Saw ha puntato molto su una struttura così riconoscibile nei suoi episodi. Soprattutto per ciò che concerne il finale. La maniera forse più spettacolare e marcata per fuggire dal suo stesso, scomodo, dispositivo mortale: cambiare continuamente le carte in tavola. Utilizzare spiegoni conclusivi che rimettano in gioco tutto, con richiami dettagliati a tutti i film precedenti, e che lascino nello spettatore quello spaesamento cool che li spinga alla ri-visione mirata o generale. Proporre finali che chiudano delle porte ed aprano delle trappole. Mantenere viva l’attenzione scavalcando urla, pianti e strumenti di tortura. E questo, lungi da ogni enigmistica complessità, è probabilmente il semplice segreto di questa saga, ancora sospesa fra mainstream e underground. Fra thriller e gore. Tra il mito e l’auto-parodia.

Amare o odiare Saw. Fate la vostra scelta".

saw3

sabato 12 giugno 2010

Morsi e rimorsi

"In un ricordo c'è...

...un morso d'eternità." (Cristina D'Avena)

giovedì 10 giugno 2010

Registi senza gloria


E per restare in tema di segnalazioni, mi pare doveroso ricordare che da qualche settimana è uscito in libreria il saggio di una cara amica e collega doppioschermista, Angela Cinicolo.
Il titolo già di per sè è da acquolina:
Tarantino vs Kitano. Registi senza gloria.

E' edito da Sovera Edizioni, contiene 160 pagine ed ha il prezzo di 15€. Io non l'ho ancora comprato, ma approfitterò degli Arion Days del prossimo weekend qui a Roma per rimediare.
Io conosco personalmente Angela, leggo spesso le sue recensioni e ritengo a ragione che sia una delle penne (tastiere?) più preparate e brillanti della critica cinematografica lette finora.
Si, è vero, sono molto di parte, ma so quello che dico. Leggere per credere.
Poi, come penso buona parte del mondo cinefilo, adoro Tarantino e apprezzo molto Kitano.

Insomma: un libro brillante su un tema brillante.
Cosa c'è di meglio?

domenica 6 giugno 2010

Bedda Matrix, Beautiful Giustina.


Mea culpa.
Avrei dovuto scrivere questo post una settimana fa, ma ci ho pensato solo ora.
Nella scorsa puntata della trasmissione Matrix si sono celebrati i 20 anni di Beautiful in Italia. Fra gli ospiti americani, gli attori di Eric Forrester, Owen, Steffy e (il primissimo) Thorne. Fra gli ospiti italiani, la gossippara Silvana Giacobini, la doppiatrice di Brooke - Mavi Felli - ma soprattutto, la mia/nostra mitica Giustina Porcelli.

Chi frequenta il mio blog dovrebbe conoscere bene Giustina e sapere già quanto la stimi. Per me è stato strano ed emozionante guardarla in tv, a pochi mesi dalla presentazione romana del suo ultimo romanzo La prima donna, e pensare: "Io la conosco! Sono un suo fan!".

A chi invece avesse iniziato a bazzicare il mio blog da poco, consiglio di approfindire tutti i link disseminati in questo post per conoscere l'opera brillante della brava (e bella) Giustina.
Mentre a tutti i fan di Beautiful (e/o di Giustina) che si fossero persi la suddetta puntata di Matrix, consiglio il recupero dello streaming del video da questo link.

Per concludere, mi limito ad un pacato e cameratesco:
"GIUSTINA, SEI MITICA!!"

PS:
Ma se invece di Owen invitavano Jack Wagner, non era moooolto più fico? Uffa.


mercoledì 2 giugno 2010

Yes We LOST.


L’arbitro ha fischiato. E’ finita anche questa partita durata ben 6 anni, ma la sensazione è che nessuno ne sia uscito davvero vincitore. Né i tanto parodiati sceneggiatori, sbeffeggiati e insultati in tutti i luoghi di discussioni tra fan, né il pubblico più e meno fedele di tutto il mondo, che a giorni di distanza dal triste epilogo cerca ancora di autoconvincersi di una presunta soddisfazione. Come succede fin troppo spesso nell’universo telefilmico, sembra che prima di terminare una serie di successo si debba averne violentato il cadavere.
Ma del resto, la delusione degli aficionados si era già affacciata con la terza stagione, che in realtà era ancora a livelli molto buoni ma stava sterzando verso toni diversi dalle premesse imbastite nelle prime due. Se tutto fosse finito lì, con gli “Altri”, la Dharma e gli orsi polari, probabilmente Lost sarebbe diventato un diamante. Forse, l’unica esperienza televisiva davvero paragonabile a Twin Peaks quanto a presa sul pubblico ed eco mediatica contemporanee. Invece no. Con la quarta stagione è iniziato l’esperimento dei flashforward, che non erano poi così male ma di sicuro non avevano il mordente dei vecchi flashback. E l’ingresso di altri “Altri” ha complicato inutilmente le cose, sia da un punto di vista relazionale che di trama. Tuttavia, si poteva ancora chiudere baracca e burattini con dignità. Ma no. Era noto già prima della puntata 4x01 che sarebbero state prodotte tre stagioni finali, più brevi delle precedenti, a conclusione dell’epopea isolana. Quindi il pubblico di allora ben si aspettava che i misteri si sarebbero trascinati fino al nuovo decennio. In qualche modo, la previsione di questa compiutezza ha incoraggiato però la continuità nella visione anche di chi era in procinto di scendere dal carrozzone. Come non dare fiducia ad un progetto che ha il coraggio di autolimitarsi con una scadenza triennale, senza pericolo di proroghe o trascinamenti vitalizi da soap opera?
E lì è scattata la trappola. Sicari spietati, viaggi nel tempo (prima mentali e poi fisici), scienziati pazzi, templi e santoni, luoghi e non-luoghi, morti viventi e tanto, tanto fumo nero senza arrosto. Fondamentalmente, fino al terzo anno, a parte alcune trovate allucinanti che potevano ancora trovare giustificazioni razionali, i misteri legati all’isola erano descritti con una sapiente ambiguità che avrebbe tranquillamente ammesso spiegazioni scientifiche (o pseudo tali). Già con la quarta stagione si era accarezzata fortemente la virata fantascientifica ma – come accennato prima – le cose erano ancora recuperabili. Certo, a parte la brutta e sempre più diffusa abitudine di parlare coi morti. Con la quinta, invece, si è dato libero sfogo alle fantasie più nerd degli autori, con periodici viaggi nel tempo e revival degli anni 70 (la golden age della Dharma), congelando però gli aspetti più interessanti legati all’operato dell’oscura compagnia e gran parte dei segreti dell’isola disseminati in precedenza.
Ed infine, ecco l’ultima stagione. La deriva totale verso il misticismo tascabile, il manicheismo sfumato con photoshop, il fatalismo da oroscopo settimanale, lo snaturamento di personaggi amati e ben delineati negli anni. E soprattutto, un filone alternativo che non è né un prima né un dopo, bensì un “ultraverso” (altriverso?) non ben specificato dove i personaggi sembrano vivere un gigantesco what-if legato ad un mondo dove l’isola non è più a galla da tempo immemore. Che a sentirlo così sembra fichissimo, ma dopo il primo episodio diventa presto una noia mortale.
Ma come finisce, alla fine, questo Lost? Non intendo spoilerare nulla, perciò dirò solo questo: Lost non ha un finale “aperto”, come qualcuno si ostina a pensare. Lost, semplicemente, non ha un finale vero. L’episodio 6x16 potrebbe considerarsi un episodio particolarmente riuscito e curato, ma non di certo l’epilogo della serie. E scomodando ancora una volta l’opera di Lynch, la conclusione di Lost non può affatto essere paragonata a quella di Twin Peaks. I misteri lasciati irrisolti nella fortunata saga di JJ Abrams non hanno nulla a che fare con i simbolismi disseminati dal genio lynchiano. E per quanto in entrambi casi si percepisca un retrogusto truffaldino, la smaccata aproblematicità del ciclo finale lostiano, che lascia provocatoriamente in sospeso le dozzine di questioni aperte negli anni optando per una soluzione onirico-cristologica strappalacrime, rasenta l’offesa.
Ma forse il vero problema si trovava a monte. Si è discusso così tanto su Lost che qualunque ipotesi sul possibile finale era già stata teorizzata, in tutte le sue varianti, in tutti i forum (virtuali e non) del mondo. E così la lezione ultima degli sceneggiatori non poteva che prevedere l’esatto opposto di ciò che trepidamente si attendeva: la negazione della fine. La non chiusura del cerchio. Come avrebbe detto il buon Daniel Faraday, l’eliminazione della costante dal cumulo di variabili. Certo, una presa di posizione arrogante e di sicura impopolarità, ma non necessariamente priva di coraggio. O magari, a sua volta, la negazione stessa di un atto di coraggio. Difficile dirlo, a mente ancora calda.
Di quest’avventura, tuttavia, rimarranno molte cose: i tormentoni dei personaggi, le speculazioni fluviali degli (ex)spettatori, le musiche inquietanti, la sigla essenziale, l’introduzione massiccia di dialoghi sottotitolati in un telefilm (trend che verrà adottato e amplificato dal supereroistico Heroes), l’occhio chiuso/aperto, nonchè un’innovazione registica seriale senza precedenti. Ma soprattutto, Lost ha catalizzato un’attenzione morbosa sul binario parallelo della fruizione pirata, che ha superato – non solo da noi – quella prestata dal pubblico della tv in chiaro o satellitare. E ha inoltre movimentato un universo metatestuale immenso in ogni angolo del mondo fra saggi, discussioni, eventi e merchandising delle più svariate ramificazioni.
Il sospetto (più che fondato dati precedenti analoghi) è che il vero mito di Lost cominci ora, con la sua fine. Come se questo polemico epilogo avesse fatto esplodere la “botola” dove i suoi fan erano rinchiusi nella meticolosa ricostruzione di trama e cronologia della serie.

E quale canzone, a concludere questa suggestiva immagine, se non questa?

domenica 30 maggio 2010

Gazzè coast to coast


Io adoro Max Gazzè.
In realtà lo preferivo di gran lunga quando cantava i testi scritti dal fratello Francesco. Ma anche adesso che a scriverli è un tale G. Santucci (che spesso si abbandona a coriandoli di cielo, manciate di spuma di mare, lacerti antropici e capogiri di gabbiani) non ho smesso di seguirlo con passione.
Senza dubbio, il suo merito principale è che ha cantato di tutto, toccando i temi più svariati e nelle chiavi più ironicamente folli.
Ecco, giusto per fare qualche esempio, alcuni oggetti della sua attenzione canora.


Lo Zucchero filato:


Zucchero filato attorno a stecchi di bambù
assapora l'assenzio della vendetta.
Tagliuzzato e ridotto a dolciume a brandelli,
nessuno è accorso per salvare l'atrocità.
L'incubo circolare si sviluppa pacato
dentro l'orribile pentola adatta a rifrullo
dell'arcigno personaggio muffa e luna park,
e già qualcuno sospetta che è finita.

( Due apparecchi cosmici per la trasformazione del cibo, 1998 )


La Religione:

Quel che fa paura
come un battesimo bianco
consumato nel fango
come una cresima dal sapor di buco nero

e di notti ammazzate gridando

"Non aver paura,
non aver paura"

( Quel che fa paura, 1995 )


Le corde della chitarra:

Povere vecchie sbandate
perse nella mia chitarra,
percorsi paralleli di comune accordo
in cerca di suoni speciali.
Attenzione attenzione:

vi presento il numero
delle corde musicali.

( Preferisco così, 2000 )


Le profondità siderali:

Base terra qui tranquillità
anche se le gambe tremano
d'emozione e di quella paura
che un uomo coraggioso come me

non dovrebbe mai tradire.

Ma se verrà il momento di raccontare tutto

non saprò spiegarvi questo forte silenzio.

Non saprò spiegarvi
questo forte silenzio.

( Questo forte silenzio, 2001 )


La polvere:

Conosciamo rotazioni e gravità,
prevediamo pure orbite impossibili
e di tutti quei misteri imperscrutabili
è rimasto quello della polvere
che fa la terra
se cade in terra
diventa terra
e resta terra
.
( Il mistero della polvere, 2008 )



E infine, last but not least:

I Teletubbies:

Quattro pupazzi con testa ad antenna
e la pancia col televisore
gestiti e cresciuti da un aspirapolvere
mangiano schiume di ogni colore
.


( Storie crudeli - Non c'è ragione per raccontare, 2010 )

mercoledì 26 maggio 2010

Credevo di odiare i gatti.


Mi sbagliavo.
Del resto, non è la prima volta.

All'inizio la tentazione di cacciarla dal tavolo della cucina per poterci fare colazione mi era venuta. Ma in fondo, il tavolo del salone è più bello.
E poi: voi avreste il coraggio di interrompere cotanta riflessione metafisica mattutina?