lunedì 10 maggio 2010

Semiotica della Morte (o anche: sull'Azzardo del Crocifisso Pop)

Nonostante il mio ateismo indiscusso, credo che qualcosa delle mie radici cristiane abbia fortemente influenzato la creazione e l'eternazione dei miei miti personali, per lo più a livello iconografico.
Nel mio universo autoreferenziale, molti personaggi - seriali e non - sono per me sintetizzati simbolicamente da singole immagini che ne cosituiscono in qualche modo un logo funereo, una locandina drammatica. Azzardando un paragone rispettoso, l'equivalente di un crocifisso pop.

Il gioviale e ironico Spiderman del fumetto, nonostante le dozzine di vignette famose e replicate che lo hanno meglio rappresentato, è per me legato a singoli momenti grafici che lo immortalano nel culto di una persona morta. Lo zio Ben, certo. Ma, in primis, la sua prima e mai dimenticata ragazza Gwen Stacy (quanta potenza in quel tremendo
"SNAP", precursore della tragedia imminente?).

Stessa cosa per Daredevil, di solito ricordato nel suo abbraccio alla croce di pietra della tomba di Elektra. O in chiesa, con in braccio una Karen Page appena uccisa dalla sua nemesi di sempre.

Scene - anche queste - ricordate, citate, serigrafate all'infinito come vere e proprie opere d'arte.

Anche il mio amato e ricorrente Maison Ikkoku è in qualche modo legato a questo filo, dato che spesso le immagini che vengono utilizzate per richiamare la protagonista in poster e locandine sono legate al culto del defunto marito: l'abito nero a lutto, l'incenso, i ciliegi in fiore a malinconica cornice dei ricordi del suo primo amore.

Questo vale in realtà per molti altri contesti. Dallas assurto a mito (pur non avendolo mai visto) solo per una pratica resurrezione da doccia. Rat-man che rapisce definitivamente i lettori, negli esordi, quando l'amore della sua vita gli scivola dalle dita come liquame. Dylan Dog che vaga disperato alla ricerca di una donna che sa di amare ma che non ha mai visto - Morgana -, o che trascorre le ultime oniriche ore della sua morente ex ne Il Lungo Addio. O che rivive la morte del dolcissimo Johnny Freak, o della moglie - per poco - Lillie Connolly.

Tutto ciò sempre tralasciando i film, dove questo discorso non si potrebbe fare se non spoilerando molti di essi ed addentrandosi in analisi critiche già ampiamente elaborate.

La morte ha sempre dato dignità, serietà e spessore alle storie. Sia nella finzione come nella realtà. E credo che il punto sia proprio questo.
Nei prodotti di lunga serialità - categoria nella quale il Cristianesimo credo rientri magistralmente - mi sono scoperto affascinato da questa semiologia luttuosa, preferendola a quella più solare e patinata usata di solito a fini promozionali e commerciali.
Come succede per molti cristiani, anche io ho sviluppato - ogni volta in maniera diversa - un singolare culto legato ad una morte eccellente. Ed anche per i personaggi colpiti dalla perdita, le immagini di quelle morti sono delle ossessioni ricorrenti, un continuo monito per non dimenticare i propri doveri, le proprie responsabilità e finanche le proprie colpe.

Dove sta quindi la differenza sostanziale?
Che nè Spiderman nè Daredevil pensano di aver ucciso il figlio di Dio, e di doversi far perdonare qualcosa che non hanno commesso.
E direi che questo cambia completamente la prospettiva.

7 commenti:

Faust VIII ha detto...

Interessante riflessione. Probabilmente, siamo affascinati e consideriamo più mature storie che vedono la morte di alcuni personaggi vicini al protagonista, perchè le sentiamo vicine alla nostra realtà. Perchè, anche chi non ha subito un lutto, sente, probabilmente "per istinto", l'incombenza della morte. Perchè è una dimensione che ci appartiene e per qualche motivo, ci atterrisce e ci attira (o affascina in senso romantico) nello stesso tempo.

La morte di un personaggio amato, che sia la sua donna, il suo miglior amico, suo padre, sua madre, segna il protagonista (o uno dei protagonisti), lo fa crescere e induce sempre un cambiamento profondo e il senso di colpa è un elemento chiave.

Perciò, anche raccontare la morte dell'oggetto della propria venerazione, soprattutto in una maniera così dolorosa, rende quest'ultimo più umano (e quindi più vicino a sè) e dona all'imtero impianto narrativo un maggiore appeal.

giustina ha detto...

pericolosissima la morte. distruggere l'affezione dei lettori/telespettatori con un BANG o uno SNAP definitivo è gesto assai doloroso e, alle volte, provocatorio. fa soffrire e la sofferenza unisce. ma - perché c'è sempre un ma - quante morti facili e di comodo abbiamo letto e guardato? e di quante resurrezioni (capisci a me!) abbiamo gioito? io sono per la vita eternauta. bel post, as usual.

Faust VIII ha detto...

Però, bisogna ammettere che non è da tutti far morire un personaggio amato dal pubblico. Ci sono delle volte in cui questa condizione serve e giova - non solo a livello di vendite - ad una storia.

Giangidoe ha detto...

Annosa questione davvero, la morte. Vera o presunta. Reale o fictional.
E con questi vostri contributi, si apre un'altra interessante parentesi.

Sono d'accordo con te, Faust, quando dici che a volte ci vuole coraggio a far morire un personaggio amato. Spesso però quello stesso coraggio viene smentito quando, per un pretesto narrativo discutibile, lo si riporta in vita, lo si clona o se ne macchia retroattivamente il candore. Ed io letteralmente ADORATO dei cicli supereroici in cui hanno fatto "anche" questo.

In realtà il vero problema in questi casi è che non si ha nessun rispetto per la morte, nella finzione. Perchè che qualcuno si scopra essere scampato ad un'esplosione, o alla caduta in un burrone, o persino ad un annegamento in una cascata, lo posso anche capire. Ma io ho visto morire personaggi - anche in Beautiful - attaccati ai tubi, logorati da malattie reali, quotidiane, VERE. E poi riapparse per magia, o ripresesi retroattivamente, senza alcun possibile appiglio alla verosimiglianza.
Il patto narrativo deve valere in entrambe le direzioni. Sennò diventa crudeltà.

Forse è da queste parti che si annida il filo rosso fra attaccamento seriale e liturgia, in fondo

Faust VIII ha detto...

E' vero che la verosimiglianza può non essere un valore da perseguire a tutti i costi, specialmente nelle serie fantasy o di fantascienza. Ma c'è un limite.
E' vero anche che le "resurrezioni" messe in atto perchè si stavano perdendo spettatori/lettori sono un compromesso, qualcosa di cui bisogna non abusare, per evitare vistosi buchi nella trama. Altrimenti si assiste ad uno degli accorgimenti che ritengo tra i più bassi, a livello narrativo: la cancellazione di interi universi e sottotrame che sono andate avanti per anni (e questo è particolarmente vero per quanto riguarda i fumetti), perchè si era arrivati ad un punto in cui non si sapeva come fare per sbrogliare la matassa.

peppermind ha detto...

Io ho smepre malsopportato le morti, soprattutto se seguite da resurrezioni... eppure le "mie" serie cult spesso ne hanno a pacchi (Spiderman e Devil sono tra quelle, ma anche gli X-Men con Fenice...).
E l'ultima serie che sto seguendo con passione è proprio quella di Capitan America, scomparso in modo brutale e doloroso (per me, dato che so che il personaggio non piace a nessuno >.>).
Questo amore-odio per la morte inscenata forse deriva dal mio ateismo, forse ci hai visto molto bene.
Forse invece a me piace solo vedere un personaggio a tutto tondo, come un Peter Parker, ma non sono d'accordo che sia necessario cospargerlo di lutti per farcelo diventare... boh!

Giangidoe ha detto...

Io sono convinto che le morti costituiscano dei tasselli importanti per la formazione dell'eroe, ma spesso si assiste ad un accanimento eccessivo sul personaggio (basti pensare al Devil degli ultimi anni). Senza considerare l'effetto straniante che può avere, sulla psiche dello sventurato, vedere continuamente morire e risorgere le persone amate e odiate.