
Arrivo lì che ci saranno già quattrocento persone accalcate di fronte ai cancelli.
Poco alla volta, senza ombra di serpentine per strutturare in un qualche tipo di fila il fiume umano desideroso di entrare, la gente viene fatta passare in piccoli gruppi per una minuscola porticina sorvegliata da svogliatissime montagne umane. Si estende un giardino, che bisognerà attraversare per arrivare alla meta. All'ingresso, dopo aver controllato i nomi degli iscritti all'evento, ci regalano una borsa di tela
ed una tovaglietta di plastica per la colazione (che qualcuno, inizialmente ed in buona fede, scambia per un mousepad troppo grande). Dopodichè, inaspettatamente, tutta la gente che era stata ore (almeno due) in coda per entrare, si ritrova magicamente di nuovo in fila, questa volta per entrare nell'edificio vero e proprio. E l'attesa, ora, è più compressa, assolata e lunga che mai.
Si scambiano due chiacchiere con gli sventurati colleghi di sudore, in bilico in coda sugli scalini, per capire se il clima di sconforto è generale. In realtà, è una curiosità retorica. Appena sento identificare il nostro status con la parola "disoccupati", mi affretto a suggerire - per adeguare il nostro atteggiamento alla ottimismo produttivo dell'attuale governo - la più politicamente corretta espressione "
diversamente occupati", riscuotendo capitalistiche risate di ringraziamento motivazionale e qualche comunista perplessità morale.
All'interno del palazzo, in due padiglioni troviamo improvvisati stand di aziende ed agenzie più e meno conosciute. Inizialmente prendo la mira e comincio a lanciare i miei CV a guisa di stellette ninja, ma alla prima carotide recisa mi rendo conto che devo adottare una tecnica più socialmente accettabile e mi metto - tanto per cambiare - in fila qua e là, dove la densità umana è minore. Alla prima domanda tormentone che rivolgo agli standisti, "Che profili state cercando?", la risposta è quasi sempre scoraggiante. Mentre alla seconda, "Siete interessati a laureati in comunicazione, scienze politiche e lingue con esperienze nel marketing?", le reazioni variano un pò: taluni manifestano un impercettibile guizzo alla parola
marketing - o
economia, quando accenno alla tesi -, ma poi ricordano tutto il resto e scuotono dolcemente il capo; talaltri dicono direttamente NO, impassibili e già con lo sguardo diretto allo sventurato successivo; gli ultimi scoppiano a ridere e mi guardano increduli, come se fossi una carrozza di zucca al Motor Show, e ci manca poco che mi chiedano di poter fare una foto con me.
La maggior parte dei presenti ammette candidamente di essere lì soprattutto per i gadget, per i quali inizia una vera e propria caccia al tesoro mista a lotta per il possesso. In tutta la giornata, dopo una zuffa nuvolosa da fumetto, riemergo pieno di lividi con in mano un parasole laterale per l'auto. E lì mi rendo conto di quanto io abbia voglia di Kebab e che sono già le 4. Lancio così la mia ultima stelletta ninja gigante, ed il parasole torna dove era stato prelevato. Stavolta senza ferire nessuno.
Fra le sparute persone che mi hanno concesso la pallida imitazione di un colloquio, le sole che hanno lasciato intendere che avrebbero potuto chiamarmi sono i tipi di un'agenzia viaggi, i quali hanno minacciato di mandarmi in qualche luogo esotico a spalare letame e ad animare la popolazione locale. Spero non col defibrillatore.
Un giudizio complessivo?
Di sicuro positivo. Ho imparato tante cose. Ad esempio, che la prossima volta che ci sarà una giornata del lavoro, cerco almeno di fiondarmi prima sugli sciampi o sulle penne.
E che al massimo, se ne ho già in abbondanza a casa, mi mando avanti col lavoro e vado direttamente a spalare letame.
PS: In realtà il nome tecnico della "stelletta ninja" è
shuriken, ma ho creduto che la prima espressione sarebbe stata più immediata mentre usare direttamente la seconda poteva essere una scelta spocchiosa ed imbarazzante. Così ho pensato che sarebbe stato ancora più spocchioso ed imbarazzante mettere questa informazione in nota.
E' la saggezza degli anni.
(no, non era una domanda).