
Avevo poco più di 9 anni quando lessi il mio primo Dylan Dog. Era LA CLESSIDRA DI PIETRA. Per la prima volta, i miei occhi collegavano vignette e balloon a temi come la violenza, il sesso, l'alienazione, e soprattutto la paura.
A quello ne seguirono poi molti altri, tutti passatimi -forse inconscientemente, ma credo di no- dal primo ragazzo di mia sorella.
La mia esperienza di lettore di fumetti si era fino ad allora limitata a Tiramolla (non ho mai amato il troppo inflazionato Topolino), ma con Dylan Dog iniziò la mia passione "seria" per la nona arte.
Cominciai a leggere costantemente inediti e ristampe ed arrivai al numero 100 che conoscevo tutti gli albi precedenti, e persino qualche speciale. Ma fu proprio quel numero 100 a rompere l'incanto: l'ipercritico tredicenne che ero mi impedì di fingere che quell'episodio non fosse la fine "reale" della serie e di continuare dal mese dopo a leggere le avventure successive come se nulla fosse. Lo trovavo un vero e proprio tiro mancino, una truffa, un gioco coi miei sentimenti di fan.
Solo tempo dopo tornai a leggiucchiare qualche albo, recuperando nel frattempo qualche chicca del passato. Ma per lo più Dylan Dog rimase una presenza in stand-by, pronta ad essere occasionalmente addentata in fretta e quasi solo a scrocco.
E' stato solo nel 2005 che ho pensato seriamente: ma perchè mai uno come me non colleziona Dylan Dog in modo fedele e completo? Precisamente mi è capitato dopo la lettura di un numero che avevo comprato in modo impulsivo e del tutto autonomo -dopo anni di totale assenza dylaniana dalla mia vita- perchè avevo letto per puro caso un riassunto sul web.
L'albo in questione era OLTRE QUELLA PORTA (n.228).
La storia -sceneggiata dalla da me notoriamente apprezzatissima Paola Barbato- è una delle più atipiche, controverse e discusse di tutta la collezione. Non avevo letto -nè l'ho fatto dopo- i fiumi di discussioni presenti nei forum su di essa, ma quando finii la lettura mi si abbozzò un sorriso di stupore e soddisfazione di quelli ormai sempre più rari.
A differenza di quasi tutti gli altri albi, lì avevo colto -o meglio, subìto- sentimenti indiscutibilmente personalissimi dell'autrice: l'amore per un personaggio non creato da lei ma adorato come fosse suo, e contemporaneamente l'odio per tutte quelle scelte che negli anni avevano reso lo stesso schiavo (come la sua sfortuna con le donne o il suo anacronistico romanticismo); il rispetto verso i mai abbastanza approfonditi comprimari, raramente così umani e dignitosi come in questo caso (la sequenza con Groucho è da applauso); la rabbia di aver assistito per anni all'accantonamento di ciò che si era imparato ad amare, solo per seguire una linea precisa e severa (ed ecco una sequenza che ridà imprevedibilmente spazio e sostanza al mai dimenticato Xabaras).
Sono sicuro, dalla ritrosia che la Barbato stessa ha manifestato in più occasioni a fornire commenti o delucidazioni sull'interpretazione di quella particolare storia, che dietro di essa possano esserci ulteriori chiavi di lettura connesse ad esperienze fortemente personali ed intense, forse sofferte. Chiavi, magari, completamente diverse da quelle che ho creduto di trovarvi io e foriere di tutt'altro tipo di messaggi e intenzioni.
Ad ogni modo, una lettura che davvero ha poco a che fare con la media dei classici fumetti da edicola. Dal punto di vista narrativo, mi azzardo a definirla una storia "meta-autoriale".
Per chi l'avesse persa la prima volta e volesse recuperarla, è in edicola da martedì di questo mese la ristampa. E avrà il
VERO FINALE concepito inizialmente dalla Barbato.
Forse più ostico. Sicuramente meno immediato.
Probabilmente non dall'interpretazione così graniticamente univoca.
Per chi non ha mai letto o ha letto pochissime volte Dylan Dog prima d'ora, sarebbe la storia forse meno adatta per avvicinarvisi. Ma non si può mai dire...
Credo che poche altre letture disegnate renderebbero una torrida giornata di mare così salvifica.