venerdì 13 marzo 2009

L'accendiamo?


Uno dei film indubbiamente più belli e spettacolari visti negli ultimi mesi è senz'altro l'ottimo THE MILLIONAIRE di Danny Boyle, i cui meriti sono stati universalmente più stilistici che sociali.
Tuttavia, proprio oggi mi è capitato di leggere su Internazionale un interessante parere della scrittrice Arundhati Roy (famosa soprattutto per il romanzo Il dio delle piccole cose, che non ho letto).
Nell'articolo, pur riconoscendo la bellezza formale della pellicola, l'autrice ne sottolinea in qualche modo la pericolosità ideologica.
Riporto alcuni spezzoni del contributo (mettendo in grassetto le parti più significative):

"The millionaire permette ai cattivi (quelli veri) di prendersi il merito del suo successo perchè non punta il dito contro nessuno, non indica nessun responsabile. Tutti possono sentirsi contenti[...]
The millionaire non solo non scalfisce il mito dell'India 'che risplende', ma trasforma quella 'che non risplende' in un altro elegante prodotto da supermercato[...]
Il cumulo di luoghi comuni, clichè e orrori di The millionaire finisce per banalizzare quello che succede nel paese. Politicamente, il film decontestualizza la povertà, la trasforma in una scenografia epica, dissocia la povertà dai poveri. Trasforma la miseria dell'India in un paesaggio, come un deserto, una catena montuosa o una spiaggia esotica, una cosa creata da dio, non dall'uomo [...]
The millionaire sta vendendo la versione più a buon mercato del grande sogno capitalista, in cui la politica è sostituita da un gioco a premi, una lotteria che permette ai sogni di una persona di avverarsi mentre quelli di milioni di altre persone, paralizzati con la droga della speranza impossibile (lavora sodo, sii bravo e con un pò di fortuna potresti diventare milionario), vengono usurpati."

Direi che si tratta di un punto di vista assai condivisibile, e ancor più carico di intensità se si considera che viene da una scrittrice indiana (anche politicamente impegnata).
Tuttavia, avendo visto quasi tutti gli altri film del regista -il più famoso dei quali rimane TRAINSPOTTING- ed avendo molto amato questo ultimo lavoro, posso dire che non mi è mai passato per la mente che il suo fosse un approccio superficiale alle reali problematiche del paese in cui è ambientata la vicenda.
Sicuramente non si tratta di un film "sociale". Chi lo affermasse, farebbe lo stesso errore che all'epoca fecero coloro che amavano considerare IL MIGLIO VERDE come un film sulla (leggi: contro) la pena di morte, o MYSTIC RIVER come un film sulla pedofilia, eccetera.
Le intenzioni e le storie, in tutti questi esempi, erano altre.
E alla luce di quest'opinione di Arundhati Roy, ora mi chiedo -e chiedo a voi-: in che modo si è autorizzati ad apprezzare il film senza dare l'idea di accettare alcuna svendita della realtà?



9 commenti:

alex crippa ha detto...

apprezzo, tra gli alti e bassi, praticamente tutta la filmografia di Boyle, uno dei pochi registi ad avere ancora una sua idea di Cinema. ultimamente si sta un pò giocando al tiro al piccione, definendo Boyle superficiale e senza sostanza. anch'io trovo esagerati gli 8 oscar (e quel capolavoro di Wrestler?) ma superficiale no. Non Trainspotting, che ho visto e vissuto quando facevo il servizio civile presso una comunità di recupero per tossicodipendenti e ne ho riconosciuto l'assoluta coerenza e puntualità, e non The Millionnaire, che pur non essendo eccezionale arriva dove deve arrivare. presenta scenari e situazioni reali con l'unico "errore" di sceneggiarli, coreografarli, dirigerli e montarli secondo la Sua Idea di Cinema.

SPOILER: la vera pecca di Millionnaire, secondo me, sta tutta in quello che considero il "secondo finale", ossia la vittoria economica del gioco a premi. fino all'ultimo ho sperato che tagliasse su lui e lei che si ritrovano grazie alla telefonata del gioco, con la risposta data a caso che lo fa perdere: vince l'amore, 'fanculo a soldi, fama e successo. così sarebbe stato perfetto. ma non avrebbe vinto un oscar (e più ci penso più voglio credere che siano stati i produttori di Boyle a fargli modificare quelle ultime maledette pagine di sceneggiatura, sognando hollywood).

Giangidoe ha detto...

Sinceramente, anch'io mi aspettavo che finisse in quel modo...

Comunque sono d'accordo sul fatto che l'unico "errore" del regista sia stato quello di seguire la propria idea di cinema (seppure con eventuali pressioni dei produttori).
Solo che a me il film è piaciuto moltissimo. E a distanza di tempo, non saprei nemmeno spiegare bene perchè, se non ripetendo i commenti di vari critici entusiasti.

gparker ha detto...

La questione è spinosissima perchè è sicuramente vero che il regista non era interessato a fare un discorso sull'india dei buoni e dei cattivi, anzi tutto il suo cinema è all'insegna della ridefinizione di queste due categorie.
Tuttavia è anche vero che un film, specialmente se di successo, non è un elemento neutro, una volta inserito nel tessuto come consumo culturale diventa parte del nostro bagaglio con le sue figure e il suo universo di valori.
Quelli del milionario sono sicuramente valori di una povertà normalizzata (non concordo invece sul discorso del capitalismo dei giochi a premi) e in quel senso è un'India da esportazione, che non affronta i problemi ma li presenta come un dato di fatto.
Per vedere il bicchiere mezzo pieno si può dire che il resto della produzione bollywoodiana fa anche di peggio.

Giangidoe ha detto...

Conosco pochissimo la produzione bollywoodiana, ma che possa sfornare cose molto inferiori a The millionaire non faccio molta fatica a crederlo.
Quello che mi chiedo è: guardare e poi amare un film che affronta la povertà come uno scenario, come un dato di fatto immutabile (cosa che, con stile decisamente più realistico, hanno fatto anche molti altri film esplicitamente sociali o di denuncia), quanto può essere ideologicamente pericoloso?
Per buttarla sul manicheo -cosa quasi sempre avvilente-, la domanda è: c'ha più ragione Boyle o la Roy?

Cmq, grazie per la visita.
;)

Franca ha detto...

Non ho visto il film, ma ne ho letto qualcosa.

Per me ha ragione la Roy...

andosan ha detto...

Giangi oggi sei manicheo? Io sarò laconico: Boyle ha fatto un ottimo film. Non mi sembra che la "sua" povertà sia poi così oleografica e fatalista. La Roy è una brava comunicatrice e sfrutta l'onda del film per parlare di un tema che le sta giustamente a cuore, ma continuo a non sopportare chi pretende che ogni opera sia educativa o di spessore sociale.
Ma soprattutto... non dici nulla sul fatto che il conduttore del gioco in India sia Lillo?

Giangidoe ha detto...

Anche a me il film è piaciuto molto (e per molto intendo moltissimo), e sono d'accordo sul fatto che non tutte le opere nascono per veicolare lezioni di politica o di senso civico.
Mi chiedevo solo quante volte, anche inconsapevolmente, con la logica dello "sfondo sociale acritico", si possa realmente essere portati a clamorosi svarioni -o fatalismi- interpretativi.
E soprattutto mi chiedo se sia giusto che, per essere autorizzati ad affrontare certi temi al cinema senza fraintendimenti e generalizzazioni, si debba usare solo stili asciutti/documentaristici e registri drammatici.
A me lo stile asciutto e realistico piace pure. Talvolta anche in ambiti ben poco sociali, e non solo al cinema.
Ma amo molto anche il coraggio e la sperimentazione.

Comunque si: era un Lillo cattivo e spietato. Giusto un pò più scuro...

PS: Inutile dirti che, anche in queste ultime tue settimane di latitanza, alcuni post avrebbero tanto desiderato un tuo preciso e prezioso contributo ...

tuiti ha detto...

boyle mi piace tanto.
trainspotting è sempre stato uno dei miei film preferiti.
e adoro chi si esprime realizzando prodotti sempre nuovi. così differenti. mi piace perchè si sfida e rilancia continuamente. qualità non da poco.

per quanto riguarda la tematica trattata non vorrei sembrare pressapochista ma credo che parlare di una realtà sociale sia sempre importante. non che la chiave interpretativa non conti ma ritengo che certe realtà sociali vadano raccontate punto. anche se per farlo bisogna costruirci intorno una sovrastruttura narrativa che avvicini la trama alle logiche bramose di derivazione occidentale. la ricchezza e il perseguimento della, si sa, è ben compreso a livello universale. e non trovo sbagliato attingere ad un format ben noto per intarsiarlo di contenuti assolutamente non familiari, freudianamente perturbanti..

e senza vergogna ammetto che mi chiedo cosa avrebbe da dire in merito gerry scotti. davvero, mi interesserebbe.

ps: prima o poi riuscirò a tenere il passo con i tuoi post..

Giangidoe ha detto...

E anche in questo caso (odio doverlo ripetere, ma è davvero inquietante) mi leggi nel pensiero: io pensavo alle reazioni e alle opinione di Gerry Scotty mentre ancora stavo guardando il film.
Ma soprattutto, mi immaginavo la finta disinvoltura con cui il pacioccone avrebbe continuato in futuro la trasmissione dissimulando un sottile disagio per quel ribaltamento della retorica del gioco a premi operato dal film.